Ecco il tradizionale racconto natalizio del mio amico Simone Mambrini.
Dinon.
Dinon (con l'accento sulla o),
all'anagrafe Dino Pellizzari, faceva ancora il pescatore giù al lago. Era
rimasto solo lui, ormai. Troppa fatica per pochi soldi, dicevano, ma lui era
rimasto; e se la passava comunque discretamente, perché i ristoranti del paese
non disdegnavano certo di offrire a sorpresa, fuori menù, del pescato fresco.
Aveva il suo capanno, poco
distante dalla riva, e nei mesi caldi ci dormiva; le due stanze in paese gli
servivano solo durante la stagione fredda. Abitava nel posto più strano che si
potesse immaginare, per uno come lui: per raggiungere casa doveva aprire un
portoncino che dava sulla strada, e salire una rampa di scale. E fin qui niente
di particolare, solo che il portoncino si trovava sul lato sinistro della chiesa.
Quando avevano ampliato l'edificio, prima della guerra, avevano forse pensato
di ricavare un alloggio per il campanaro, o qualcosa del genere. Per cui ora,
da quando aveva preso in affitto quei locali, si ritrovava come casa due stanze
strette e lunghissime, con le finestre che davano sulla strada, e i muri
interni curvi, perché seguivano dall'esterno la forma tondeggiante delle
cappelle laterali.
Il suo rapporto con la Chiesa,
però, era solo quello. Una volta al mese portava i soldi dell'affitto al parroco,
che gli rilasciava la sua bella ricevuta, insieme alla battuta: “Salve, Dinon.
Se qualche volta le scappasse di sbagliare ingresso ed entrare dalla piazza,
non sarebbe mica male.” E lui rispondeva, invariabilmente: “Signor prete, si
accontenti di avere almeno uno che entra in chiesa tutti i giorni, anche se da
un'altra porta: di questi tempi non è poco, non crede?”. Poi gli voltava le
spalle, dopo essersi toccato il cappello in segno di saluto.
Già, il cappello. Non se lo
toglieva mai: inverno cuffia di lana calcata a coprire tutto il copribile,
estate cappello con visiera. Ed era una cosa sufficiente, per un paese come
quello, per canzonarlo o per discutere sul motivo. Chi diceva che sotto era
pelato e che i capelli che uscivano dalla versione estiva in realtà fossero
posticci e facessero parte del cappello, chi sosteneva che avesse saputo “da un
amico dell'amico” che si fosse fatto tatuare un disegno orribile, volgare, o un
simbolo politico.
Lui continuava a fare la sua
vita, e non entrava mai da nessuno, nemmeno dal parroco per consegnare i soldi
dell'affitto. La faccenda avveniva nel porticato di ingresso della casa
parrocchiale. Al bar ci andava solo se il tempo consentiva di usare i tavolini
all'aperto, e ordinava il suo solito bicchiere. Così il cappello non se lo
toglieva mai e non passava per maleducato. Ovviamente per lo stesso motivo
(almeno così diceva quando gli amici lo prendevano di mira durante le bevute)
non andava mai in chiesa “entrando dalla piazza, come vorrebbe il parroco”.
“Ehi, Dinon! Ma il cappello in casa tu lo
togli?”
“Ehi Dinon! Ma quando ce la
farai vedere la tua testa?”
“Io il cappello lo tolgo solo
quando entro in chiesa.”
“Eh ma tu non ci entri mai...”
“E tu cosa ne sai?”
Ogni volta il discorso, a quel
punto, cadeva.
Una sera di novembre, dopo che
una nebbia ostinata lo aveva inumidito fino alle ossa, si ritrovò col solito
gruppetto. Arrivati al punto in cui il discorso cadeva, il Dinon con la coda
dell'occhio vide che dietro di lui, sotto ai portici stava passando proprio il
parroco, intento a fare il giro delle case per le benedizioni. E stavolta non
lo fece cadere.
“Chi lo sa? Quest'anno magari
alla messa di Natale ci potrei anche venire...certo, basterebbe non dover
sentire un predicone infinito sulle solite storie...”
Il tono con cui si era espresso
non sarebbe potuto sfuggire al parroco, né del resto a tutto il circondario, ma
il prete fece finta di nulla. Ohibò, ma come poteva Dinon, che in chiesa non si
faceva vedere mai, conoscere gli argomenti delle sue omelie? Rimuginando tra sé
sull'accaduto, e pensando chi mai potesse parlare con Dinon di quelle cose
(certo non i suoi amici del bar, che quanto a frequentazione non erano certo da
meno) raggiunse più tardi la canonica, dove Armida, la donna che ogni giorno si
occupava della casa e di lasciargli un piatto caldo per cena, stava concludendo
le ultime operazioni prima di andarsene.
“Buonasera, Don Mario!”
Il prete rispose al saluto, e
dopo due convenevoli sul tempo e su come era andata la giornata, le chiese a
bruciapelo: “Mi toglie una curiosità? Cosa pensa delle mie omelie?” .
La donna oppose dapprima un
silenzio imbarazzato, sorpresa di sentirsi rivolgere una domanda del genere,
poi rispose: “Beh...direi che sono...belle...a volte magari un po' lunghine...”
“Ecco lo sapevo...nemmeno le
ascolta. Eppure mi impegno così tanto a prepararle. Avrà mica ragione il
Dinon?”. In effetti ogni venerdì sera si dedicava a preparare la predica,
perfino provandola, stabilendo i punti in cui alzare la voce, o fare qualche
gesto. Lasciava qualcosa all'improvvisazione; soprattutto se tra i fedeli
scorgeva qualcuno cui doveva dir qualcosa, faceva in modo di far arrivare il
messaggio. Stranamente, però, questa cosa non aveva un grande effetto, anzi a
volte quella persona poi spariva...avrà mica ragione, il Dinon...
E di lì a qualche giorno, il
Dinon arrivò, all'appuntamento mensile per l'affitto. Puntuale ed ignaro del
fatto che il prete non si sarebbe comportato come sempre.
“Salve, Dinon. Come va la vita,
il lavoro? Come stai?”
“Signor prete, si accontenti di
avere qualcuno che...eh?! Cos'ha detto?”
“Ti ho chiesto come va...anzi,
facciamo così, hai voglia di farti un bicchierino al bar?”. Prima che Dinon
avesse il tempo di rifiutare, lo aveva già preso sottobraccio e stavano
camminando sulle pietre che lastricavano la piazza.
Sorpreso dall'interesse del
sacerdote, Dinon aveva cominciato a parlare: di sé, del lavoro che gli dava da
vivere “anche se non son più i pesci di una volta”, e così via. E si diedero
appuntamento per un altro bicchiere la settimana successiva, e quella dopo
ancora. Dai suoi discorsi, Don Mario capì che dietro a quella faccia scolpita
dalla fatica c'era un uomo attento, sensibile, e soprattutto che era sempre al
corrente di quello che aveva detto in predica: “Domenica scorsa ha fatto un
discorso che mi sembrava di sentire l'assessore ai servizi sociali, ma io a
messa mica ci vengo per quello che dice lei, sa?”
“A parte il fatto che tu a messa
non ci vieni...e io non so come tu faccia a sapere quello che dico io, sarebbe bello
che tu ci venissi perché lì c'è il Signore, non ti pare?”
“E io è per quello che ci vengo,
anche se lei non mi ha visto, ed è per questo che so cosa dice in quei
prediconi che fa...”
Il prete ormai era fuori di sé
dal nervoso: “Ma come fa quell'uomo a sapere cosa dico? E' un solitario, i
quattro amici che ha son come lui...possibile che lui venga in chiesa e io non
lo veda?”. La domenica successiva, poco dopo l'inizio della messa sentì
provenire dalla volta un cigolio, alzò istintivamente lo sguardo, e capì: una
finestrella, poco più di una presa d'aria, che Dinon apriva dalla cucina del
suo nido, verso l'interno. Spariva la faccia di un angelo che completava
l'affresco della volta e appariva la sua.
E non se ne era mai accorto
prima!
“Ti ho beccato, Dinon!” Gli
disse poi, in uno dei loro incontri al bar.
“Solo perché stavolta ero in
ritardo, altrimenti il primo canto mi avrebbe coperto quel maledetto rumore...”
“Prima o poi lo avrei sentito
comunque, i fedeli son sempre di
meno...”
“Non dopodomani, Don Mario.
Vedrà che ci sarà tutto il paese. Da quando ho detto che forse verrò alla Messa
di Natale son tutti in fibrillazione per vedermi senza cappello”.
“Ah... bel motivo per venire in
chiesa!”, rispose il prete.
“E io cosa le avevo detto? Mica
vengo in chiesa per quello che dice lei...e neanche loro, a quanto pare...”
E arrivò anche la Vigilia di
Natale, e la messa di mezzanotte. La chiesa era già piena un'ora prima, e Don
Mario sbirciava dalla sacrestia tutta la gente che aspettava Dinon. In realtà
lo aspettava anche lui, nonostante ogni tanto buttasse un occhio alla
finestrella. “E' capace di aver messo in piedi lo scherzone, quello lì...”
Ma a un certo punto entrò, con
il cappello in mano, e rimase in fondo, dove del resto era obbligato a stare
visto il pienone. Il sacerdote non diede tempo ai curiosi di girarsi, perché
spense le luci e l'organista attaccò...
Dopo aver letto il Vangelo scese
alle prime file, e si avvicinò alla Signora Luisa, che teneva in braccio il
primogenito, nato da poco. Le sussurrò qualcosa e un istante dopo era in mezzo
alla navata centrale, con il bimbo serenamente addormentato in braccio,
E con voce chiara, netta e
udibile anche in fondo alla piazza, pronunciò l'omelia: “Se non siete venuti
qui per questo, siete venuti per niente.”
Dinon, in fondo alla chiesa,
sorrise.
E nessuno badò al fatto che
sulla testa, sotto al cappello, aveva dei normalissimi capelli.
Simone Mambrini
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