martedì 10 novembre 2020

Cacca di cane


                                                  foto da Google immagini


Ieri pomeriggio un cane mi ha morso al braccio destro. Camminavo tranquillo, l'animale di media-grossa taglia, non so bene, si è avventato contro di me come se fossi il più repellente e antipatico dei gatti. Per fortuna i suoi denti non hanno rotto la mia giacca, quindi l'abrasione sul mio braccio non è frutto del contatto diretto dei denti del cane sulla mia pelle. Ciò non toglie che abbia preso un gran spavento e che la mia rabbia verbale si sia distribuita equamente e violentemente su tutto il corpo del padrone dell'animale, che non ha colpa (l'animale). Ma il padrone sì...eccome.

A tal proposito fa al caso mio questa battuta, che trovo nel bel libro 'Superficie' di Diego De Silva (Einaudi): "Se vedete una cacca di cane, vuol dire che è passato un padrone di merda."  

Roma capùt

                                           Toney Douglas (foto dal sito della Pallacanestro Varese)
 

Troppo facile salire sul carro del vincitore, battere le mani quando le cose vanno bene, unirsi all’euforia dei più. Ora, per il basket di Varese da serie A, è arrivato il momento di dimostrare la qualità del nostro essere tifosi: siamo fedeli nella gioia e nel dolore, in salute e malattia, o ce ne andiamo sbattendo la porta, indignati per tanta pochezza? Per chi non segue il basket dirò che Varese, in questo campionato, dopo due vittorie sofferte ed esaltanti nelle prime due partite, ha inanellato cinque sconfitte di fila, l’ultima qualche giorno fa a Pesaro. Quattro punti, fondo della classifica e ipotesi di retrocessione. Sempre per chi non è del mestiere faccio presente che Varese ha cambiato gli otto-decimi della squadra, più l’allenatore, dato che Caja, per comportamento non in linea con i valori del team, è stato allontanato, lasciando la panchina a Bulleri, ottimo giocatore ma alle prime armi come coach. Per costruire una squadra ci vuole tempo, pazienza. Miracoli non se ne fanno. Inoltre la società non disponeva di fondi illimitati, quindi la scelta è andata su giocatori o giovani o sul viale del tramonto. Di questa seconda categoria fanno senz’altro parte Luis Scola (40 anni) e Toney Douglas (34 anni). Senza dubbio il più deludente si è dimostrato Toney, che abbiamo voluto mostrare in foto proprio perché siamo speranzosi che possa superare il momento di crisi e dare il meglio di sé anche a Varese. Scola naturalmente è ammirevole, data l’età: ottimo in attacco, non è altrettanto produttivo in difesa. Altra delusione giunge dal play titolare, Michele Ruzzier: molto ha patito per le troppe responsabilità che gravano sulle sue spalle, un poco gracili. L’altro play, Giovanni De Nicolao, fa quel che può. Ci si aspettava certamente di più da Denzel Andersson, che faceva sfracelli in Svezia e che poco ha sino ad ora combinato a Varese, dove gli è chiesto di fare i numeri in pochi minuti di gioco. Probabilmente dovrà preparare le valigie, lasciando la panca a Jalen Jones, ultimo fresco acquisto. O se ne andrà Anthony Morse, il giovane lungo che porta un cognome davvero impegnativo per la nostra città e che non ha certo brillato? Teniamo poi conto degli infortuni al capitano Giancarlo Ferrero e a Niccolò De Vico; consideriamo che manca, nelle partite casalinghe, la potenza e l’aiuto del pubblico varesino (assenza che in verità patiscono anche le altre squadre). Che altro dire? Che non abbiamo menzionato Ingus Jakovics e Arturs Strautins non per demeriti: diciamo che sino ad ora se la sono cavata bene, soprattutto il secondo. Ma diciamo soprattutto che non è certo il momento di abbandonare la squadra, né di abbandonarsi a facili giudizi, a quelle cattive considerazioni, dettate dalla rabbia, dalla frustrazione, dalla delusione, che spesso non sono oggettive e che comunque un tifoso appassionato e fedele non lancia contro i suoi amati giocatori.

Forza Varese, dunque! Domenica prossima arriva a Masnago Roma, che è conciata come noi, 4 punti in 7 partite, affamata di vittoria: Roma càput mundi? No, Roma capùt.

lunedì 9 novembre 2020

Marco, 5 anni dopo - 39


 

Riflessi sulla croce

 

Fa caldo ma si sta bene. La pendenza si fa più aspra, lascio la sella e mi alzo sui pedali. Il mio sguardo è al manubrio, alla strada, alla ruota. Amo questa posizione di fatica, l’ho sempre amata anche quando era solo uno studio televisivo, la ammiravo da altri ciclisti, Giri d’Italia in bianco e nero, Eddy Merckx, Felice Gimondi, Francesco Moser. Li adoravo quando, Alpi o Pirenei era lo stesso, li vedevo arrampicarsi, scattare, lottare fra pareti di neve, dentro boschi di larici, in salita verso le pareti di dolomia o il granito. Per me era solo quello il ciclismo. E’ arrivato presto il mio momento, una bici da corsa, il gesto del grimpeur. E anche stamani, alle otto, nel caldo piacevole di un sabato qualunque di una primavera che muore, come sto morendo io (tutti, prima o poi, si muore, chiariamolo subito), scollo il culo dal sellino, premo sui pedali, guardo la cima. Ma amo anche questa catenina che mi balla davanti agli occhi, una catenina d’oro, una piccola croce d’oro. Ho sempre amato, anche sul collo degli altri, la catenina del ciclista che traballa, che segue la pedalata, che penzola. Il sole, appena oltre la linea dei castagni, la illumina. Riflessi sulla croce. Penso alla croce. Io non sono in croce, sono ai suoi piedi, come ogni uomo ragionevole; ogni uomo non può che stare ai piedi di una croce, quando non ci è inchiodato sopra. Sto ai piedi ma guardo chi è inchiodato, e più mi è amico più lo vedo bene, sento il suo respiro, l’odore dei suoi piedi, i suoi lamenti, avverto la sua fatica che bagna, in gocce di sudore, la mia fronte. Bacio questi piedi, mi aggrappo al legno, vorrei arrampicarmi come fosse un albero della cuccagna, ma qui nessuno è felice.

Continuo a pedalare, i riflessi mi accecano, oro luminoso. La piccola croce danza nell’aria. La preghiera segue il suo ritmo, s’adegua al movimento dei pedali, batte continua come il mio piccolo cuore.


39-continua

 

 

 

Marco, 5 anni dopo - 38


 

Ho scritto questo racconto breve, ripensando ad uno degli ultimi concerti di mio fratello Marco. 



L’ultimo ballo di un concerto memorabile

 

Te lo devo ripetere un’altra volta? L’ennesima? Guarda che ridico ciò che hai già sentito. Vuoi altri particolari? Non ti capaciti che sia scomparso?

Ricominciamo da capo. Quel bambino in principio si è avvicinato agli strumenti, ha accarezzato il contrabbasso di Zampa, la chitarra di Doug, ha toccato la gamba di Little Annie perché non arrivava al violino, Josh si è abbassato, gli ha sfiorato i capelli e gli ha fatto assaporare il gusto del mandolino; il ragazzino si è messo in piedi, appoggiato al microfono di Ron, che lo ha guardato male, preso nella sua canzone, poi è andato da Mock, che gli ha sorriso mentre si destreggiava col banjo. Saranno state le ventidue e trenta, il concerto alla Siebter Himmel era iniziato da venti minuti, non di più. Brusio, le cameriere in abiti tirolesi che sfrecciavano con birre e panini, una decina di persone ad assistere, le altre sparse e distratte in differenti locali, alcuni nella terrazza coperta, dal cielo nero sgocciolavano i resti di un modesto temporale. La bella musica della Piedmont inzuppava il locale come una spugna di mare, satura d’acqua. Quel bambino sentiva il ritmo, si è allontanato, ha cominciato a picchiare i piedi a ritmo, quindi a muoversi con ritmo, poi a girare in cerchi, seguìto a distanza dal padre, che sorrideva.

E Mock, a dirigere, a presentare i canti, più che altro il titolo, a chiamare gli assoli…go Doug, go Zampa..alè Josh….vai Little Annie……go Ron…Poco alla volta ho inteso che quel bambino amava particolarmente Mock, gli era simpatico: sarà stato il suono caratteristico del banjo americano a cinque corde, sarà stato il suo modo di guardarlo, di considerarlo, di amarlo. Amore chiama amore. E poco alla volta il bimbo ha concentrato i suoi balli vicino a Mock, quasi si fosse dimenticato degli altri: lì la musica era migliore. Alle ventitré e dieci -sono preciso perché avevo guardato l’orologio poco prima- il padre ha cercato di allontanare il figlio, era tardi e dovevano tornare a casa. Ma il bimbo ha protestato e il padre è stato comprensivo. E’ arrivata la madre e ha preso anche lei le parti del ragazzino.  Eccoci al turno del set di Doug, all time music, ancora più adatta al ballo rispetto alla precedente, folk & bluegrass. E il bimbo lo ha capito subito. E’ stato allora, diciamo alle ventitré e trenta, che il bimbo si è avvicinato a Mock e gli ha fatto intendere che voleva ballare con lui. Mock, che in quelle canzoni suonava la chitarra acustica, si è staccato dal microfono, si è messo in mezzo alla sala e, continuando anche a suonare, a fare assoli, arpeggi, controcanti e a dare ordini, ha principiato il ballo col ragazzino. E rideva e cantava. I due, avrebbero potuto essere nonno e nipote, erano la rappresentazione vivente e danzante della felicità. Saranno andati avanti una decina di minuti, anche quindici. Era vicina la mezzanotte quando il bimbo ha preso per mano Mock, lo ha fatto abbassare, gli ha lasciato un messaggio nell’orecchio e i due, ne verbum quìdere, senza dire una parola, si sono allontanati, seguiti dai genitori del bimbo. Noi tranquilli, sì, vagamente sorpresi ma tranquilli. Perché preoccuparsi? Un fuoriscena divertente, commovente direi.

La paura è arrivata dopo, quando i due genitori sono tornati senza bimbo e senza Mock, sereni come avessero appena gustato un boccale di birra.

Del bambino e di Mock non si è saputo più nulla. E sono passati dieci giorni.

Certo, come no, capisco e comprendo, era tuo marito, l’uomo che amavi. Ma questa è la cronaca.

Tutto il resto è Mistero.


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sabato 7 novembre 2020

Marco, 5 anni dopo - 37


 

Racconti e poesie

 

I miei racconti e le mie poesie nascono dalla vita e non dai libri. Così Marco è entrato di prepotenza nella mia scrittura. Ho scritto alcuni racconti e alcune poesie che parlano di lui. Un primo racconto è nato stando accanto a lui, subito dopo l’operazione del giugno duemilatredici. Il secondo l’ho scritto dopo uno degli ultimi spettacoli di Mock, luglio duemilaquindici. Il terzo andando in bici e pensando al suo soffrire. Le poesie sono nate quasi tutte dopo la sua morte.

 

Incontrò i suoi occhi

 

Incontrò i suoi occhi. La sua pena.

Intorno a loro un ospedale moderno, pulito. Scivolavano su pavimenti lustri malati e sani, gente con le stampelle, altri al cellulare (anche se un cartello raccomandava di tenerli spenti), degenti in carrozzina e parenti inquieti, pazienti che fumavano per intossicare il dolore e sani falsi, altri sinceri, altri commossi. In quell’ospedale si intersecavano bugie, mezze verità, e quando la verità tutta intera scoppiava, il boato liberava pianti e abbracci.

Incontrò la sua trattenuta tristezza e gli disse:

“Fai bene ad essere incazzato.”

Lui accettò che gli sfiorasse la mano.

“Quello è più vecchio di te” e indicò un passante che avrà avuto almeno ottant’anni. “Hai pensato che sarebbe stato meglio fosse toccato a lui? E’ un pensiero sano, pieno di giustizia. Ti dirò di più: fai benissimo a dubitare della buona fede di chi vuole i particolari, indaga…è solo per sincerarsi che tu stia male davvero? Probabile, non è escluso. E se lo pensi non commetti peccato.”

Lui si passò la mano sul naso, sui capelli, si grattò la barbetta lunga di tre giorni.

“Fai bene a non parlare, a sbattermi in faccia il tuo dolore…no, non devi parlare per forza, sorridere per forza, regalarmi parole che attenuino la mia tristezza…no, non farlo, non salvarmi, lascia che il fulmine, caduto vicino, bruci anche me. Non sopporti i sorrisi di circostanza? Le parole gratuite che escono da bocche sane? Le promesse di vite eterne, di aiuti soprannaturali che ti regalano con sintetiche prediche dal finale che già conosci? Vorresti prenderli tutti a pedate nel culo? Ne hai pieno diritto…Chi soffre come te può tutto, ha libero accesso ad ogni sospetto, ad ogni scatto di rabbia, ad ogni vendetta…”

Lui sorrise ma quel debole movimento gli causò una fitta. Disse: “Ai” e il resto (‘cazzo, non ne posso già più’) lo tenne per sé.

L’altro continuò: “L’invidia che provi è sacrosanta, non è un sentimento inopportuno. Non vorrai farti ingannare dai sensi di colpa anche adesso. Per carità, mio Dio, lascia stare. Ma che colpa e colpa. Che colpe hai tu, che giustifichino un simile soffrire? No, ti prego, non cascarci…no, nessuna punizione per pensieri vigliacchi, bassezze, cadute di stile, sotterfugi, tradimenti. Non crederai ad un Dio così. Non credi più in Dio? Non mi sorprendo, forse un giorno tornerai da Lui, ne abbiamo troppo bisogno ma ora scappa pure, sbattigli la porta in faccia. Libera la tua rabbia come una tempesta, sfogati, piangi, non trattenere.”

Lui fece un lungo respiro. Una piccola lacrima trovò un varco, scivolò lenta lungo la guancia e lui non la trattenne, non la tamponò col fazzoletto, lasciò che completasse il suo tragitto.

Anche l’altro si commosse. 

“Ecco, vedi, mi hai fatto piangere….sono contento….se si aggrappano al tuo dolore per vivere meglio, se sfruttano il tuo male per acquistare slancio vitale, quando anche tu vorresti farlo ma non riesci, se spingono sul fondo, che sei tu, per risalire, fai bene, molto bene a rimanerci male….un ulteriore scempio, oltre a quello, maledetto, del tuo corpo. Hanno rovistato in te, per salvarti, certo, ma resta un oltraggio, una invasione nella tua proprietà. E dentro bruci e vorresti urlare…che non è giusto, che non te lo meriti, che non ce la farai a resistere, che sarebbe troppo per chiunque….urla, mio Dio, urla! Fatti sentire! Devono capire, i sani, i cialtroni come me, che non possono svignarsela! Se taci, se addirittura sorridi, noi ci illudiamo….Stai contando tutti i gradi della commiserazione, lo so, dalla più sfacciata alla più pudìca…non hai perso il senso di realtà, sai che al loro posto non sarebbe stato facile nemmeno per te....vorresti giustificarli…però che almeno capiscano che per te, oggi, è davvero impossibile….niente scuse, paragoni, aneddoti sui mali altrui…sulla graticola ci sei tu, è tua la carne, solo tua e tu sei solo….gli altri? Se sono bravi possono distrarti per qualche attimo, prendi fiato e poi si ricomincia….Ecco, voglio distrarti un attimo, se ci riesco…hai sentito il dialogo di quei due di fronte a noi? Scrolli il capo…a volte ho l’impressione che nemmeno mi ascolti…dicevo di quei due…il sano ha detto testuali parole -Guarda che io di operazioni ne ho fatte otto, tu sei solo alla terza, non mi hai ancora raggiunto-…ma pensa se si può dire a chi ha il corpo segnato da ferite che valgono venti, trenta interventi di routine, pensa se si può dire che ha ancora da soffrire…l’avrà detto anche in senso ironico, ma ti pare il caso? Perché il soffrire non ci regala almeno un minimo di saggezza?”

Silenzio, imbarazzo e la ricerca di altri argomenti, come lo scalatore che cerca l’appiglio per non morire contro le rocce. Il meteo? Decise di tenerlo per ultimo, in caso di totale siccità. Si guardò intorno: “E li vedi quei tre?...”

“Ti prego” disse lui con una debole voce, fatta di fatica. “Stringimi la mano.”


37-continua

 

 

Marco, 5 anni dopo - 36


 

Un destino comune

 

Tutti coloro che hanno conosciuto mia mamma Ines e mio fratello Marco hanno senz’altro accomunato le loro storie: un tumore maligno, morti alla stessa età, nello stesso mese di agosto. Un segno? La mia fede è troppo debole per considerarlo tale, vorrei poter leggere un messaggio chiaro in queste storie di sofferenza e di fede, di lotta, di speranza che hanno segnato la mia vita. Mi piace però pensare che mio fratello Marco abbia letto il diario che  mamma Ines tenne dal 1980 al 1982, e poi nella primavera-estate del 1984. Un diario che è rimasto privato, solo per i familiari, e che oggi desidero in parte aprire in questo libro per Mock, con qualche citazione. Due quaderni, con le ultime parole scritte il 9 agosto 1984, dieci giorni prima della morte di mia madre.   

 

3 aprile 1980

….E’ la Settimana Santa e Dio solo sa quanto avrei voluto partecipare alle funzioni e agli impegni dei ragazzi. E’ una dura prova la mia e solo il pensiero di persone che hanno molto più male di me mi rende in parte serena, anche se accettare mi sembra insopportabile. Gesù della passione, sono nelle Tue mani, fammi sentire un po’ almeno del coraggio e della forza che hai avuto Tu…..

 

12 aprile 1980

…Le giornate scorrono ancora poco efficienti. Sono sempre un po’ confusa mentalmente, ma mi sto convincendo che la più grave confusione viene dal mio subconscio. Se penso a quante persone prima di me è stata inflitta una sentenza come la mia e io stessa vivevo felice senza accorgermi di questo prossimo così, infelice, ringrazio Dio di avermi fatto provare anche tutto questo. Mi sarà di aiuto ad avvicinarmi sempre di più al mondo sofferente. Dio, sia fatta la Tua volontà….

 

14 aprile 1980

….Nonostante mi sforzi a cercare di convincermi, le giornate sono ancora molto pesanti….Eppure devo reagire qualsiasi cosa mi attenda, devo convincermi che è il mio cammino. E davanti alla nostra sorte non possiamo nulla. Forse fra qualche anno mi sarei sentita più pronta anche a lasciare questa terra, certo che quello che provo è indescrivibile. Sembra di vivere e non vivere, lo sforzo per reagire è a volte inumano…E intanto tu cadi a pezzi…O Signore, per quanto hai deciso di farmi vivere cerca almeno di farmi vedere una strada e una luce diversa. Ti prego, Ti scongiuro!...

 

16 aprile 1980

…In questo momento sono sola, ho la radio accesa, la mia casa da sistemare, avrei da ringraziare Dio per avermi concesso un giorno ancora di vita. Cosa voglio di più? Tutti mi vogliono bene eppure rifiuto il presente, mi terrorizza il futuro e vivo di una grande nostalgia dei momenti belli….

 

19 aprile 1980

...Solo nella sofferenza scopri i tuoi difetti più che le tue qualità. Si sa parlare quando si sta bene, si sa donare quando non costa fatica, si sa reagire nei riguardi degli altri mentre tutto rimane estremamente difficile quando la disavventura ti colpisce direttamente. Se tutto questo è per capire meglio me stessa ben venga questa prova e ancora una volta sia lodato Iddio…

 

20 aprile 1980

…Devo dimenticare ciò che mi sta alle spalle e vedere davanti ai miei occhi la realtà, toccarla, accettarla, sentirla come parte della mia stessa vita datami in dono da Dio per avvicinarmi sempre più a Lui e al mondo sofferente…

 

26 aprile 1980

…Non sono assolutamente più quella di prima, questa esperienza mi ha cambiata nel corpo e nello spirito. Vorrei essere cambiata in meglio, ma purtroppo per ora ci sono ancora dentro di me tante confusioni…Temo la sofferenza, non la morte; temo troppe cose e mi sembra di non saperle vivere….Ma purtroppo noi sentiamo e vediamo queste cose solo dopo aver sperimentato il dolore, la disperazione di poter perdere noi stessi la vita, la paura di essere lasciati soli con il nostro peso mortale nel cuore. Ebbene, ora chiedo io stessa a Dio di aiutarmi a stare sempre più vicina alle persone che soffrono più di me, e che il resto della mia vita sia speso anche per queste creature molto meno fortunate di me…

 

7 maggio 1980

…Il mio stato d’animo sale e scende a seconda dei disturbi fisici che accuso. Dalla gioia di vivere e progettare ricado velocemente nell’angoscia e nell’apatia. Prego, continuo a pregare ma mi accorgo che non basta se non aggiungo fiducia e speranza….

 

27 maggio 1980

…Oggi Mario compie 54 anni e sono ben 37 anni che ci conosciamo. E’ incredibile dirlo, è una vita ma sembra un minuto. Ringrazio comunque Dio della famiglia che mi ha concesso e di quel caro compagno che mi ha aiutata generosamente e con tanto amore nella lotta, a volte difficile, della vita. Oggi vorrei tanto andare a ringraziare la Madonna del S.Monte come il 27 maggio del 1952, quando salimmo tutti e due giovani e felici a chiedere la benedizione per il nostro fidanzamento….

 

10 aprile 1984

E’ la seconda volta che mi ritrovo con un quaderno fra le mani, consigliata dai miei figli di scrivere cose mie. Ed è anche la seconda volta che inoltro una conversazione con me stessa, in un momento della mia vita, ovvero della mia salute, triste, vuoto e pesante. Un brutto, orribile quadro in una cornice splendida. La cornice è il mondo e i figli che mi circondano e, naturalmente, il quadro sono io. Che fare? Ancora una volta pregare e confidare. Ce la farò? Gesù, ti prego, dammi una mano e in qualsiasi modo toglimi l’angoscia…

 

7 agosto 1984

Quanti giorni sono passati! Di voglia, neppure di scrivere, ne ho avuta poca. Non sono altro che sfilate giornate di grande malessere fisico e morale. Sento che tutti penano intorno a me e io guardo il crocifisso e rimango impassibile. E so questo quanto non mi faccia bene. Guido si è sposato, diventerò nonna in gennaio di due bei nipotini…Lo specialista mi sta tenendo strettamente controllata, perché in realtà di disturbi ce ne sono tanti e ormai cronici. Ma la vera specialista è la Croce di Cristo, che proprio qualche giorno ormai passato mi ha fatto sentire sensazioni strane, capaci di smuovere dentro di me una strana melma, che solo al diavolo sapeva appartenere.

 

9 agosto 1984

Qualche lieve miglioramento indubbiamente c’è, le medicine lavorano. Sono felice! Non chiedo di più!...

 

                                                              Ines Ravasi Zanzi


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giovedì 5 novembre 2020

Marco, 5 anni dopo - 35


 

Mercoledì 12 agosto 2015 

 Caro Marco,

ieri una giornata di stacco, con gli amici Shalom a Saint Oyen. Una bella escursione alla Tete de Fenetre e ai Lacs de Fenetre, con il panorama stupendo della Grandes Jorasses e del Monte Bianco. Ma negli occhi anche ciò che abbiamo vissuto lunedì 10 agosto, alle sedici, al camposanto di Sant’Ambrogio Olona: un tavolino, una coperta rossa, una piccola croce, un contenitore di legno chiaro, un mazzo di rose. Luce, un sole caldo, don Giorgio che ha atteso l’ora convenuta e ha dato inizio alla breve preghiera. Mi sono vestito elegante per te, caro Marco. Guardavo la piccola cassa, che raccoglie le tue ceneri. Il pensiero che tutto il tuo essere fosse ricapitolato e conservato in quel pugno di cenere era insostenibile, insopportabile. Per questo volavo subito in alto, dentro la tua nuova dimensione, misteriosa ma accettabile. Due operai ti hanno preso, ti hanno deposto in fondo al piccolo loculo, hanno sigillato con il cemento la porticina quadrata, quindi una seconda porta, con nomi, data, foto, fiori. Nel piccolo vaso bianco un girasole e una rosa bianca, altre rose a terra. Sono felice che tu sia qui nel cimitero, a pochi passi da casa mia, con mamma Ines, i nonni, gli zii.  

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