Pensieri & Parole Tre
domenica 21 giugno 2026
Paolo sempre con noi
sabato 20 giugno 2026
Il Premio Chiara mette le carte in tavola
Nella
prestigiosa cornice di Villa Panza a Biumo Superiore, stamani il Premio Chiara
ha messo le carte in tavola, cioè ha presentato la terna di raccolte di
racconti, che ad ottobre si aggiudicherà il Premio letterario varesino. I tre
finalisti sono stati annunciati da Salvatore Consolo (foto), e sono: Gianni
Biondillo con ‘La tempesta perfetta e altre storie’ (Guanda), Marco Malvaldi
con ‘L’uomo vestito di arancione’ (Sellerio) e Francesca Scotti con ‘La
stagione delle case vuote’ (Hacca), e qui una prima annotazione, perché abbiamo
nella terna una piccola casa editrice (Hacca), mentre per solito in finale
arrivano i grossi calibri editoriali, mancano ad esempio Einaudi e Mondadori.
Qui il mio plauso ai giurati, che non hanno escluso a priori i piccoli editori.
La terna è stata presentata da tre componenti della Giuria: Romano Oldrini (già
presidente del Premio), Robertino Ghiringhelli e Stefano Vassere (foto). E’
stato rivelato anche il nome del vincitore del Chiara inediti: si tratta di
Luca Astone con ‘Il deposito delle metamorfosi’. La sua raccolta verrà
pubblicata a cura del Premio Chiara. Presentato anche il libretto, che
raccoglie i racconti brevi dei 25 finalisti del Chiara Giovani (uno dei punti
di forza del Premio), uniti dal titolo ‘Gioco’.
Per
ciò che riguarda il Festival del racconto, gli incontri sono in fase di
definizione, ma è già data per certa la presenza di Francesco Costa (direttore
de Il Post), Venanzio Postiglione (vicedirettore del Corriere della Sera) ed
Elsa Fornero (già Ministro). Il Comune di Varese era presente con il sindaco Davide
Galimberti (foto), che ha ricordato fra le altre cose che con la
riqualificazione della Caserma Garibaldi la città avrà a disposizione ben 9000
metriquadi di spazio esclusivamente dedicato alla cultura, e quindi anche al
Premio Chiara, che proprio grazie al nostro Comune cambierà sede.
La divoratrice è tornata
Ieri la triste scoperta: la popillia japonica, la divoratrice di foglie, è tornata, ed è già in piena attività. Mi divorerà le foglie della siepe (ed è il meno) ma anche quelle degli alberi da frutta, dei lamponi, risparmiando per fortuna i fichi e gli ulivi.
Bastardissima!!!!
venerdì 19 giugno 2026
Il mio dialetto, meglio: ul me dialètt
E' stato recentemente presentato il terzo volume de 'Il dialetto del lago di Varese' - Voci e parole che i nostri vecchi ci hanno lasciato in dono, a cura di Maurizio Danelli (sponda nord del lago) e Giorgio Sassi (sponda sud), pregevole iniziativa edita da 'Menta e Rosmarino'.
Hanno chiesto a me di scrivere la prefazione al terzo libro. Se vi fa piacere, è riportata qui sotto:
Quando
penso al dialetto bosino, l’amato dialetto della mia terra, torno agli inizi
degli anni Sessanta, ad un modesto appartamento del quartiere Belforte (ex
Costanzo Ciano) di Biumo Inferiore, a mia mamma Ines Ravasi che raduna la
famiglia (mio papà Mario e noi quattro figli) e legge ‘I buoni villici’ di
Speri Della Chiesa Jemoli. Lei ride, mio padre anche (risate che arrivano sino
alle lacrime) mentre io guardo stupìto, capisco e non capisco quelle parole
bosine, mi sento in famiglia. I Buoni Villici, sì, ma soprattutto quel costante
dialogo in dialetto fra i miei genitori, che con noi usavano l’italiano
corretto, ma fra loro parlavano all’antica, la loro lingua più diretta e
immediata: è quel loro chiacchierare spontaneo che mi ha permesso di imparare
una nuova lingua, anche se non l’ho mai parlata.
Ecco
un nuovo ricordo: ho conosciuto solo una nonna, quella materna, nonna Angela, ma
la rivedo pesante d’anni e di corpo, seduta sull’ottomana che dice a sua
figlia: “Ul to òmm l’è ladìn da man”, che era il suo modo pacato per
sgridare mio padre, un po’ troppo severo con i suoi figli. Oppure mio padre che
ammonisce: “Uè, fiurell da la mama”, per dire che le nostre pretese
erano eccessive, non eravamo solo figli di nostra madre (più accondiscendente)
ma anche figli suoi, quindi costretti a qualche sacrificio per crescere belli
dritti. E mia madre, rivolta a me: “Te sètt propri ‘n urz”; evidentemente
non apprezzava il mio essere taciturno, incline alla solitudine.
Per
tanti anni il dialetto (nel mio caso di Varese città, essendo sia gli Zanzi che
i Ravasi varesini e non varesotti) è scomparso dai miei orizzonti, per tornare
come lingua della memoria dopo la morte prematura di mia mamma, nel 1984. A
quel punto scrivere in dialetto, soprattutto poesie, è stato il mio modo per
starle accanto. Non ho mai parlato il dialetto e mi guardo bene dal farlo in
pubblico, perché la mia dizione sarebbe insufficiente, ma ho cominciato a
scriverlo, e la scrittura mi ha portato al concorso Poeta Bosino, poi alla
Famiglia Bosina, al suo Calandàri, all’incontro con chi ama la parlata dei miei
avi. Mi piace qui ricordare su tutti Natale Gorini, ma anche Clemente Maggiora,
Sandro Branduardi, il regiù Augusto Caravati, e poi altri poeti del nostro
territorio; fra i più amati (oltre all’irraggiungibile Speri) Nino Cimasoni,
Ermanno Abbiati, Paolo Rattazzi, Tino Rossi, Renato Monetti, Enea Biumi,
Carlotta Fidanza Cavallasca e tanti tanti altri, conosciuti grazie alla
Famiglia Bosina e al Cenacolo dei poeti e prosatori dialettali. Sugli scaffali
della mia biblioteca si sono sommati libri in dialetto, a partire da due testi
a mio avviso essenziali per chi vuole scrivere bosino: ‘I nost proverbi’ di
Umberto Zavattari (edito da Ask nel 1988) e l’imperdibile ‘I nost paròll’ di
Natale Gorini e Clemente Maggiora (edito dalla Famiglia Bosina nel 1996).
Da
oltre quarant’anni il dialetto è per me un amico che spesso vado a trovare e
con il quale mi confido, soffermandomi più volentieri sugli anni ormai alle
spalle, sulle persone per me importanti, sugli affetti più cari. E oggi mi
trovo a sfogliare il terzo volume di questa lodevole iniziativa di Cesare Moia,
dell’amico Alberto Palazzi e della redazione di Menta e Rosmarino, una rivista
per la quale ho il piacere di collaborare. Siamo alle lettere E e F de ‘Il
dialetto del lago di Varese’, Voci e parole che i nostri vecchi ci hanno
lasciato in dono, prezioso, certosino lavoro di Maurizio Danelli e Giorgio
Sassi.
Il
nostro lago, e allora un altro ricordo affiora dalle acque quiete: siamo nei
miei anni della scuola media ‘Righi’, 1967-1970, fra i miei compagni di classe
due fratelli, i Crespi di Galliate Lombardo, sponda meridionale. Da poco amante
della pesca, quando i due vengono a conoscenza di questa mia passione mi
invitano nel loro regno, una casa colonica sulle rive del lago. Il ragazzo di
città e i ragazzi di ‘campagna’, con una caratteristica: i Crespi parlano fra
loro in dialetto, di tanto in tanto anche a scuola, con pronti rimproveri da
parte dei prof. Ma oltre al dialetto, si muovono con agilità e destrezza nel
fango e nelle cannette lacustri, fra pozze e salti di gobbini, mentre io
incespico, ingarbuglio fili, perdo lenze e tempo, mi arrabbio. Se la ridono i bocia
del lago, una rivincita rispetto a quel loro amico bravo a scuola ma
imbranato nella pesca. Ecco, sì, imparai che nei paesi intorno a Varese anche i
ragazzi della mia età sapevano il dialetto, che non era proprio identico a
quello dei miei genitori ma che capivo.
Scusate
la parentesi dei Crespi e torniamo alla pubblicazione, che arricchisce di nuovo
materiale ciò che è già stato scritto e pubblicato sul dialetto bosino. Si
tratta di un’impresa editoriale non da poco, che richiederà altri anni per
completarla, e che trova il mio sostegno e il mio plauso, un dieci e lode, dove
la lode è merito della grafica assai curata: ma non è una novità per chi
conosce Alberto Palazzi.
Non
entro nel dibattito sul futuro del dialetto. Dico solo che prendo un impegno:
parlare ogni tanto in dialetto almeno con le mie figlie e i miei nipoti. Termino
con una mia bosinata, sperando di strappare un sorriso, e precisando che quel
ragazzo che ride sornione sono io. Questo libro contiene un lungo elenco di
parole. Con questa poesia ho cercato di metterne insieme alcune, cucirle non a
casaccio, immaginando un dialogo non recente ma sempre attuale.
Dal
barbée
Butéga da barbée, saran stai i des
d’un dì d’inverno, gerà me’n tòcch da giazz.
Gh’è ‘n vecc setà giò lì, dò volt al mées
al và dall’Umbertùn, mèzz malcapàzz.
“Pö dìsan che nün vecc sèmm la sagèza!”
“Parché? Sètt mia dacòrd?” diss l’Umbertùn.
“Ma sa fa a vèss dacòrd, l’è ‘na stranèza
pensà ca i ann ta dann sudisfaziùn.
Damm a tràa e tàas: ga vedi ‘me‘n trapùn
da quij bèi sguerc, ul pegg da la sò raza;
süti a cambià i ugiàa, visìn, luntàn,
pö ma scunfùndi ul Pèpp cunt ‘la Tognàza.”
Prepàra l’Umbertùn ul sò mestée,
un fiö cal sa ‘l dialètt al rid surniùn.
Ciàpa fiàa quèll vegétt, lì dal barbée
e pö tàca a cantà la sò canzùn:
“Ma döör un brasc, ‘na gamba e la dentèra.”
“O la Martina, te sètt propri rott!”
“Tàas ca l’è mia finìda. Quand vegn sira
mi gh’ho
la tremarèla, e ‘n rebelòtt
da scalmànn, penséer, paür e cöör cal bòfa.
Ma disèdi da nott tri o quàtar volt.
Da giùin i me sögn evan dònn biòtt,
mo, sa va ben, a sögni pü nagòtt.”
“Madona benedèta, te finì?”
dumanda l’Umbertùn, cunt ul penèll.
“Finì cusè? G’ho anmò da cumincià
a cüntà sü ul bel güst du l’invegiàa.”
E giò ‘na sumenàva da magàgn,
i dulùur sèmpar svelt da lünedì
e pö i màa di altar dì, e ‘ l venerdì,
Calvàri preferì da tücc i dagn.
Pö ‘l vegètt fa la mòsa da partì
cunt n’altra sarasìna da dulùur.
“Pütòst” a dis l’Umberto, “fàmm capì”
e ciàpa in man i ròbb dul so laùr.
“Te menziunà magàgn da chi e da là.
Ta döör stòmigh, fìdigh, urègia e barbarèll;
mò sunt curiùus: e adèss, che l’atrèzz là
fà cìtu perché mòrt o l’è anmò bèll?”
“Tàas, Umbertùn, te gh’hétt un fiö in butéga!”
e vàrda da la pàrt dul giuinòtt.
“Pènsa par ti, a lü sa gha ne frèga,
sa ta vörett cal sapia: ul nost dialètt?”
E alùra quel vegètt sa inurguglìss:
“Me car barbée, a cünt da
quéla part
pödi dì ca la fadìga ad ingrigìss;
vìscura ‘mè’n pessìn: presèntat, arm!”
L’Umbertùn fa la mòsa da chi al pènsa:
‘Càscia no bàll, ca a la tò età fann rìid.’
“Amìis barbée, cünti no bàll, la scienza
ta regàla ‘l bumbùn cal fa surìd.”
Ma la fàcia al vegètt la sa scürìss:
“Anca chi, Umbertùn, l’è mia Natal.
Ta dànn ‘na pilulèta e lü ‘l guarìss
…ma tröva la manèra da dupràll!”
Auguri, Livio
Felice compleanno al mio amico e coetaneo Livio Bianchi: 70 anche per lui. Eccolo con la sua Bianchi, qualche anno fa, in cima al Campo dei Fiori. La Bianchi di Bianchi è permalosa, da qualche tempo viene lasciata in garage e si è offesa. Sarà il caso che l'amico Livio ponga rimedio a questa trascuratezza!
giovedì 18 giugno 2026
Il bacio di Venere
Il mio amico Enzo Chizzoni ieri sera mi ha invitato a guardare il cielo. So che lui ama questa pratica, gli regala momenti di bellezza e, soprattutto, certezze circa l'esistenza di Dio. "Guarda che Venere si avvicinerà molto alla falce di luna."
Purtroppo la mia compatta Canon non mi permette foto di qualità, soprattutto al buio, ma un'idea c'è.
'Se guardo il Tuo cielo, opera delle Tue dita, la luna e le stelle che Tu hai fissato, cos'è l'uomo perché te ne curi? Un figlio d'uomo perché te ne dia pensiero?' (Salmo 8)