Incontro
di giovedì 26 marzo 2026 in Sala Morselli
Titolo:
Carlo Zanzi – 40 anni in 40 libri
Quattro
decenni di scrittura fra giornalismo, narrativa e poesia
Dal
diario ‘A mamma Ines’ (1985) al romanzo ‘Corpi imperfetti’ (2025), l’autore
varesino ha pubblicato oltre quaranta libri, e desidera raccontare ai suoi
lettori questo coinvolgente viaggio, una maratona letteraria fra realtà e
fantasia. E’ previsto un momento musicale
Ho pensato: ‘Questa volta vorrei
riuscire a dire qualcosa di intelligente. Poi ho pensato ad una frase di Dan
Peterson, allenatore di basket: ‘Non fare una cosa stupida è come fare una cosa
intelligente.’ Quindi non farò la stupidaggine di fingere di essere
intelligente, e farò come sempre, senza andare a braccio, che non è il mio
forte.
Stasera non farò l’elenco dei miei
oltre 40 libri pubblicati, con relativa spiegazione. Mi soffermerò solo su
alcuni, dividendo la mia avventura letteraria in quattro sezioni.
In estrema sintesi direi così:
scrivere mi veniva naturale. Ho iniziato con le lettere e i diari. Nessuna ambizione
di inventare, di creare storie di fantasia. Amavo più che altro lo sport.
Tenevo un diario segreto scritto durante le medie, non troppo segreto visto che
mia madre lo scoprì, mi arrabbiai, smisi di scrivere. Purtroppo quel diario non
lo trovo più. Qualche poesia per ridere, sul diario del liceo. Lettere ad amici
di penna, molte a Carla, la mia futura moglie. Poi il diario dopo la morte di
mia mamma. E poi il diario dopo la nascita di Valentina, la mia prima figlia.
La pubblicazione di ‘Papà a tempo pieno’, con una Casa Editrice di livello
nazionale, è stata come una voce potente che mi diceva: ‘Bravo, scrivi, hai
le doti. Questo ti permetterà di supplire al tuo rinchiuderti in te stesso, al
tuo silenzio, al tuo essere orso, come dice tua mamma. Potrai comunicare in
questo modo. E poi sarai famoso. Guadagnerai, soprattutto in considerazione e
poi anche in soldi.’
Via, sono partito….e non mi sono
ancora fermato.
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Foto degli inizi
Era l’estate del 1967. Mentre chi
era nato durante la Seconda Guerra Mondiale o subito dopo si stava preparando
al Sessantotto, e il mio quaderno con i temi di 5^ elementare girava fra i
parenti, io ero in Colonia a Gatteo a Mare e, su ordine delle suore, nel primo
pomeriggio, invidiato dai miei compagni, anziché fare il sonnellino scrivevo il
diario delle giornate in colonia. Morivano gli anni Sessanta, io avevo due
passioni: lo sport e la pesca. Non certo la scrittura. Però i miei primi pezzi
giornalistici li scrissi proprio agli inizi degli anni Settanta, ‘Andiamo a
pesca’, sul Bivacco, periodico dell’oratorio di Biumo Inferiore. Arrivarono gli
anni di piombo e per me il liceo classico, scelto perché, forse, avevo la vaga
idea che avrei fatto il giornalista. Ma non amavo né leggere né scrivere.
Mentre l’Italia si avviava mestamente verso la tragedia degli anni di piombo,
io sognavo le ragazze e le Olimpiadi. E quando si trattò di scegliere fra il
giornalismo e la carriera di insegnante di ginnastica, scelsi la seconda: più
comoda, più immediata, meno faticosa. Per anni dimenticai la scrittura, salvo
qualche lettera ad amici di penna e poi le molte lettere alla mia ragazza,
soprattutto nel tempo del militare. Furono due eventi, uno lieto e una triste,
a far emergere la mia tendenza al silenzio della parola orale, all’insorgere
della parola scritta: l’amore per la donna che avrei sposato e la morte di mia
mamma Ines, quando gli anni Ottanta erano ormai a metà. Lettere, diari,
cronaca, perché si fissassero i miei ricordi, i miei vissuti. Così è nato il
mio primo libro, ‘A mamma Ines’, stampato in 5 copie casalinghe e distribuito
ai miei fratelli e a mio padre. Era il dicembre 1985.
Ma ci è voluto il terzo colpo al
cuore, la nascita di Valentina, la mia prima figlia, per dare l’avvio
definitivo alla mia passione per la scrittura. Ricordo quel tempo come un
periodo di entusiasmi e di notti insonni, di fatiche e di gioie potenti, di
emozioni e di esperienze nuovissime, che non volevo sprecare, e così scrivevo,
per me, ma già con la speranza che altri potessero leggere, perché ciò che
stavo vivendo non erano banalità. Le edizioni Paoline, pubblicandomi ‘Papà a
tempo pieno’, mi hanno regalato carica aggiuntiva e illusioni, facendomi
addirittura credere che fossi un bravo scrittore, parola che -ammettiamolo-
ancora oggi ha il suo fascino. Certamente lo aveva per me. Mi vedevo ricco e
famoso. Soprattutto la fama mi interessava.
Ho cominciato a scrivere di tutto,
senza più freni, ispirato, invaghito per l’accesso ad un mondo (gli editori,
gli scrittori, i giornalisti, i poeti) che ben poco conoscevo. Un mondo che
imparai negli anni a conoscere, un mondo dove l’oro luccica ma non è tutto oro
quello che luccica, dove è facile sentirsi diversi ma più bravi, non
superficiali e illuminati. Un mondo dove chi pubblica un libro, solo per il
fatto di averlo pubblicato, si sente su un piedistallo. Poco importa il valore
del libro, tanto chi lo pubblica pensa che sia senz’altro di valore.
Dividerei i miei 40 anni di
scrittura in quattro settori:
Giornalismo: lasciato il Bivacco
iniziai a collaborare al settimanale ‘Luce’ (dalla fine degli anni Ottanta) e
al quotidiano ‘La Prealpina’, quasi un secondo lavoro, scrivendo di tutto,
persino corsivi, che poi raccoglievo e pubblicavo in volumi, con foto di Carlo
Meazza. Grazie al giornalismo ho conosciuto la città, la politica, la vita
culturale di Varese (e non solo quella ecclesiale, che invece conoscevo già bene),
personaggi interessanti. Ho avuto modo anche di sfruttare la mia passione per
la fotografia e oggi, con il blog (nato nel 2007) porto avanti ancora questo
doppio binario: testi e foto. Uno stimolo a continuare mi veniva anche dal
giudizio positivo degli addetti ai lavori. Qui voglio ringraziare (mi sentirà
da lassù) Pierfausto Vedani, che aveva per me parole incoraggianti. Mi diede
parere positivo anche sul libro su Maroni.
Libri su commissione: e questo
grazie soprattutto all’editore Pietro Macchione, che mi ha coinvolto sin dal
suo nascere, a metà degli anni Novanta, nei progetti della sua casa editrice,
invogliandomi a scrivere libri di storia locale, e poi l’Agenda Varese
eccetera. Forse qui ho commesso un errore, avrei dovuto puntare solo sulla
narrativa, fare una scelta, ma ero troppo ingolosito dalla pubblicazione.
L’uscita di un nuovo libro è sempre una bella soddisfazione. O forse ho fatto
bene così. Se mi fossi dedicato solo alla narrativa avrei accumulato delusioni,
mi sarei depresso….Non lo si può sapere. Ormai il treno è passato, il salto di
qualità non è avvenuto e mi accontento.
Narrativa: è senz’altro il capitolo
che amo di più, e il solo che porto avanti attualmente: romanzi e racconti. A
partire dal romanzo ‘La Comune di Barbara’ del 1989, uscito quando stava
cadendo il muro di Berlino, ho pubblicato sedici libri fra romanzi, racconti
lunghi (oltre 100 pagine) brevi e brevissimi. Ho scritto quasi 200 racconti e
11 romanzi. A parte il parere favorevole, ma soprattutto di amici e quindi non
sempre credibile, devo molto a due scrittori, Mario Spinella e Gino Montesanto,
che mi hanno invogliato a continuare con la scrittura, soprattutto con la
narrativa, quando avevo molti dubbi.
Poesia: nel 1988 ho pubblicato un
libro di poesie in lingua italiana (Un anno), mentre quasi tutte le mie poesie
in dialetto sono contenuto in ‘Valzer par Varés’. Fabrizio De Andrè diceva:
‘Sino a 18 anni tutti scrivono poesie. Poi continuano solo due categorie: i
poeti e i cretini.’ Per non correre il rischio di essere giudicato un cretino,
dirò che mi sento poeta solo in rarissimi casi, su ispirazione del momento, e
che qualche risultato accettabile credo di averlo ottenuto.
MI soffermo ancora un attimo sulla
narrativa, che è il genere che preferisco.
Definisco la mia prosa, come forma,
molto semplice, giornalistica, frasi brevi, dialoghi serrati, un po’
telegrafica. Direi che la mia prosa è in bianco, con l’olio, non riccamente
condita con sughi appetitosi. Non punto molto sulla forma. Come contenuti la
definirei un realismo spinto, crudo, senza belletti. Un lettore ha definito il
mio ultimo romanzo, ‘Corpi imperfetti’ (almeno per ciò che riguarda il
personaggio dell’anziano) un romanzo ‘feroce’. A parte ‘Luzine’, dove si cerca
di descrivere anche l’evoluzione di un popolo, in genere trovo già molto
difficile sostare sull’individuo, sul rapporto di coppia, sulla famiglia, sui
figli.
Temi principali: Dio, l’amore, la
natura, lo sport, la sofferenza, la morte. I temi di sempre. Questo vale anche
per la poesia.
Credo di avere qualche numero in
più nei racconti, soprattutto in quelli brevi, che nei romanzi. Anche se i miei
romanzi sono forse più vicini a racconti lunghi, non superando mai le duecento
pagine.
Domande:
Mi scusi, da una sua recente
intervista ad una tele locale afferma di avere pochi lettori, fedeli ma pochi.
Le chiedo: pochi lettori, che a breve dimenticheranno ciò che hanno letto…Non
le pare di sprecare il suo tempo prezioso con la scrittura?
Amico caro, in effetti soprattutto
all’inizio, quando avevo molto meno tempo libero di adesso che sono in
pensione, molto meno tempo da sprecare, mi sono fatto spesso questa domanda.
Qui parliamo soprattutto di romanzi e racconti. Scrivo per essere letto, ma
scrivo anche per me. Nei miei primi romanzi pensavo di utilizzare la scrittura
anche come modo per testimoniare la mia fede in Dio, poi la fede è calata ed è
venuto meno questo aspetto.
Sono passato dall’illusione alla
delusione all’accettazione alla consapevolezza…il mio sguardo sul me stesso
scrittore è assai benevolo, attualmente ringrazio di avere comunque qualche
lettore. E non si pone più il problema della perdita di tempo. E’ vero, mi
mancano pochi anni da vivere ma ovviamente non credo di cambiare il mondo con
la mia scrittura, ho tanto tempo libero e fra le tante cose che faccio un po’
di tempo per scrivere ci sta.
Domanda: ‘Hai detto poco fa che il
tuo è un realismo spinto. Avendo letto soprattutto i tuoi ultimi romanzi, mi
pare di poter dire che è spinto anche sul versante del sesso. Non credi che il
sesso sia sopravvalutato? E anche sfruttato dagli scrittori per vendere qualche
copia in più?
Risposta: Credo che il sesso sia un
aspetto importante della nostra vita. Credo anche che se i maschi lo
sopravvalutano, le femmine lo sottostimano, ma ciò dipende da fattori ormonali
più che culturali. Questo squilibrio fra uomo e donna genera non poche
incomprensioni, rotture, tradimenti, amori che parevano incrollabili ed eterni
finiscono. Essendo un maschio, quindi portato per natura a valorizzare questa
espressione di intimità, questa occasione di piacere comune (nonché forza
generante nuove vite), allora ne parlo, anzi, ne scrivo. Descrivere il sesso è
arte rara, so di addentrarmi ogni volta in un campo minato, infatti ora sono
più prudente di un tempo, ma lo stesso non lo evito. Del sesso si dice: ‘C’è
chi lo fa e chi ne parla’. Non vorrei che qualcuno pensasse: ‘Ecco, questo
scrittore non lo fa ma lo descrive!’
PIGIAMA
Vuoto di te abbraccio il tuo
pigiama,
sa di carne, di sogni, di profumo
e del gesto invitante di spogliarsi
e della bella mano che lo sveste
e del modesto volo verso me.
LA LEGGEREZZA
E mi raccontava che quella frase era
diventato il suo ritornello. Una frase di Italo Calvino, qualcosa sulla
leggerezza, che bisognava prendere la vita con leggerezza, che non era
superficialità ma un planare sulle cose dall’alto, privi di macigni nel cuore.
Quella citazione lo illuminava, lo alleggeriva.
“E basta con Calvino” diceva sbuffando
la moglie. “Ho capito…Beato te che non hai macigni nel cuore.”
“Non è esatto!” le rispondeva. “Cerco
di spezzarli, frantumarli come si fa per i calcoli ai reni. Qui non si beve
acqua, si eliminano zavorre.”
“Tipo?”
“I sensi di colpa…”
Si era messo a scrutare il cielo. Un
giorno le disse: “Voglio prendere il brevetto di pilota d’aliante.”
“Questa poi…”
“Gli alianti sono leggeri, sono meno
rischiosi degli aerei a motore. Se il motore va in stallo vieni giù, con gli
alianti è impossibile.”
“Perché?”
“Perché il motore non ce l’hanno.”
Adele, la moglie, restò sbalordita
vedendo il marito iscriversi al corso, frequentarlo, meritarsi il brevetto e
volteggiare in aria bucando le nuvole, facendo il pelo alle cime delle Prealpi.
Era un’altra persona, tornava dai voli con un sorriso contagioso. Planava
leggero sopra la vita di tutti i giorni non come chi è fuggito e spera di
ripartire, ma come chi là in alto ha trovato motivazioni per stare bene anche
in basso.
Ma la vita può essere una carezza o
una sberla, cioè accarezza e prende a pugni. Il pilota finì con l’aliante
contro i tronchi e le frasche della pineta sotto l’Osservatorio del Campo dei
Fiori. Non morì. Lo fecero accomodare su una carrozzina, dove il suo corpo
divenne pesante, opprimente sul culo e sulla schiena. Una sofferenza che durò
poco, qualche mese: se ne andò dal proscenio dei vivi stringendo e accarezzando
la mano di Adele.
Posso testimoniare che questa storia è
vera perché, oltre alla cronaca che si può leggere sul giornale locale, la
vedova è diventata da un anno la mia compagna e non si fa scrupolo di
raccontarmela, sin nei particolari.
Quando facciamo l’amore mi sento
leggero. Forse non è la leggerezza di Calvino, forse la mia è macchiata di
superficialità. Ma dopo, quando l’estasi è finita, vedo il pilota.
Puntualmente. Un sasso mi entra dentro e mi opprime. Allora bevo un sorso d’acqua,
penso al grosso calcolo da espellere, mi giro sul fianco e abbraccio
Adele.
UN BUON INIZIO
Sono in auto, in discesa dai Ronchi
verso il lago, devo accompagnare alla scuola materna mia nipote Sara che ha
quattro anni, è dietro di me sul seggiolino, so che incontrerò traffico sulla
lacuale, sono le otto e quindici, la gente va al lavoro e senz’altro ha più
fretta di me, io sono felicemente pensionato quindi posso guidare rilassato e
ascoltare Radio Monte Carlo che ora propone l’ultimo successo di Laura Pausini,
‘Un buon inizio’, canzone che mi soddisfa ma volete mettere sentirla con una
nipotina alle spalle che apre i suoi occhi nuovi al mondo e guarda verso le
auto e la vegetazione come chi ha tutto
da scoprire? Infatti metto in rima musica e parole a chi sta accucciata sul
sedile posteriore, ‘Tu lo sai dove va la vita senza il coraggio…’ e
penso al coraggio di due genitori nel mettere al mondo un figlio, un coraggio
benefico, un coraggio miracoloso e salvifico, vitale e indispensabile, ‘…quando
ci metto l’anima e poi mi perdo d’animo…’ e penso al fiato che manca quando
si diventa genitori e si guarda un figlio che sta male, e intanto cominciano a
lucidarsi i miei occhi e sale quel brivido interno che qualcuno chiama
commozione, ‘…in mezzo a questo rumore, dentro un milione di strade…’ ma
il rumore di fuori non lo sento, non percepisco la rabbia di qualche guidatore
in coda che non capisce e impreca e ha anche ragione, invece io sono un
privilegiato e posso concentrarmi sulla musica, sulle parole e sul respiro di Sara,
che non sento e so che c’è, perché lei esiste e dice: “Nonno, lo sai che questa
canzone la conosce anche la mia amica Ambra?”.
“La tua amica Ambra? Ma che bello! E a
te piace?”
“Sì.”
Sono alla rotonda, svolto per
Capolago, sfioro il camposanto ma non penso alla morte, cioè per un istante mi
appare nel segno della croce che disegno per abitudine ma il mio sguardo
stamani scappa dall’altra parte, ai campi verdi di primavera, non al Rosa
perché è coperto dalle nuvole ma so che là attaccato all’orizzonte c’è il Rosa
e lo ringrazio e quasi piango ma mi trattengo.
L’auto si inclina sulla salita di
Cartabbia e penso: ‘Che bell’inizio!’
Pensierino della sera: Mi vengono
naturale i paragoni sportivi, quindi immagino la mia avventura letteraria come
una maratona. Quaranta chilometri li ho già corsi, me ne mancano ancora due e
195 metri. Avendo corso due maratone nel 1999, so bene che non ci si ferma agli
ultimi due chilometri, anche se si è stanchi morti. Quindi andrò avanti sino al
traguardo.
in foto: il mio primo libro, dicembre 1985