Rodolfo Nicodemi da lettore
vorace ha ampliato il suo campo d’azione, facendosi scrittore. Quando? Giunto
il tempo della pensione, momento critico per alcuni, spazio creativo per lui.
In pochi anni il varesino di origini milanesi ha fatto tris: ‘Duccio Mucciarelli’
(0111 edizioni, 2023), poi ha vinto il Premio Chiara inediti e Macchione
Editore gli ha pubblicato ‘L’estate di San Martino’ (2025), e infine è salito
in paradiso con ‘Paradis’ (Tripla E edizioni, 2026). Un romanzo e due raccolte
di racconti, una scrittura pulita, educata, uno stile e contenuti narrativi che
ricordano uno fra gli autori preferiti di Rodolfo, e cioè Piero Chiara.
Ma stiamo all’ultima creatura,
che ha per sottotitolo ‘Amori e malamori all’ombra del Bernascone’. Trovo assai
utile riportare qui il testo in quarta di copertina, che spiega molto se non
tutto: ‘Varese, 1961. Dietro il cancello del Paradis – tenuta doppia, villa
dei Verri e cascinale dei contadini – il giovane sottotenente Romano Vernengo
crede di essere arrivato in paradiso. Poi un fatto oscuro (un neonato ritrovato
strangolato) incrina la patina elegante. Tra profumo di rose e campane del
Bernascone affiora l’altra faccia dell’amore: il malamore. Lina, Giulietta e
Vittore trascinano Romano dentro tre storie di gelosia e possesso, dove la
rispettabilità borghese si screpola e la provincia mostra i suoi segreti. In un’estate
le certezze finiscono: crescere significa scegliere, anche quando fa male.’
Eccezion fatta per il
primo racconto, gli altri tre lasciano l’amore più come ipotesi che come realtà
vivibile, mentre si concentrano sul malamore, la storpiatura dell’amore, l’eccesso
che regala sofferenza e persino la morte. Mi pare banale fare riferimento a
recenti fatti di cronaca: da sempre è così. Rodolfo Nicodemi, classe 1950, non
certo un ragazzino sebbene non ancora adolescente come narratore, guarda con
occhi esperti (allenati dal succedersi degli eventi) le trame amorose, pronto a
disilluderci, a metterci in guardia: ‘Io ve l’ho detto, anzi, ve l’ho scritto, e
lo scritto rimane.’ Nell’ultimo racconto poi (‘La scatola di latta’), il più
lungo dei quattro, quasi un romanzo breve, Nicodemi ci mostra anche la sua
capacità di creare suspance, con le indagini del sottotenente Vernengo,
il protagonista che attraversa tutte e quattro le storie, sicché si parla sì di
raccolta di racconti, ma potrebbe essere benissimo un romanzo unitario.
Si legge fra l'altro nella
biografia sull’aletta di copertina: ‘…Rodolfo Nicodemi è un lettore
appassionato, si dedica alla scrittura con disciplina quotidiana e racconta
persone e luoghi reali in storie plausibili, per custodire la memoria di un’Italia
passata…’ Italia passata, quindi anche il dialetto, che lo scrittore utilizza facendo
un misto di milanese e bosino, ma è un peccatuccio men
che veniale.
Mi sento di augurare a
Nicodemi lunga vita narrativa: che dia seguito a questa sua pensione
letteraria, ben lontana dalla noia da umarèll.