Quelli del '56 (in foto, Giacomo Poretti alla maratona di NY 2026)), e in più interisti, hanno una marcia in più.
Pensieri & Parole Tre
venerdì 6 novembre 2026
giovedì 5 novembre 2026
'La ragazza di Vicolo Pandolfini' di Nando dalla Chiesa
Aria
nuova alla Civica Biblioteca di Varese: orari dilatati, molti giovani presenti,
non solo libri ma un luogo ospitale per iniziative culturali e socializzanti. Me
ne sono accorto ieri sera; la buona abitudine del giovedì dell’incontro con l’autore
è però rimasta, la piccola rivoluzione operata da Claudia Giussani (nuova
direttrice) non ha coinvolto la presentazione di libri, e ieri era in Sala
Morselli un nome famoso: Nando dalla Chiesa. Classe 1949, figlio del generale
Carlo Alberto (morto nell’agguato di mafia a Palermo il 3 settembre 1982),
laurea in sociologia, una vita dedicata alla politica, alla docenza
universitaria, alla pubblicazione di libri (a partire da quel ‘Delitto
imperfetto’ che fu atto d’accusa contro chi favorì la morte del Generale,
di sua moglie e dell’agente di scorta), all’impegno per la legalità, per la lotta
contro la criminalità organizzata, questa volta ha voluto scrivere una delicata
storia d’amore, quella che lo ha visto protagonista in quanto ragazzo e poi marito
di Emilia, la sua adorata moglie, la ragazza siciliana di vicolo Pandolfini. Si
conobbero a Palermo nello sbocciare degli anni Settanta, lei 18 anni, lui 21, e
da lì non si sono mai lasciati, sino alla morte di Emilia, nel 2021. 44 anni di
matrimonio, ideali condivisi, trascorsi fra Palermo e Milano. “Ho voluto
scrivere questa storia, che qualcuno ha definito una fiaba, in terza persona”
ha detto ieri l’autore, intervistato da Claudia Giussani, “perché volevo che la
protagonista fosse lei, Emilia. A volte si parla di qualcuno mettendo il nostro
io davanti, non volevo correre questo rischio.” Dalle parole misurate,
meditate, lente, si è colto il profondo legame che ha unito questi due
protagonisti della vita sociale e politica italiana: l’uno, Nando, più esposto
al pubblico, l’altra, Emilia, nel silenzio di una militanza generosa, nell’ombra,
capace di incidere su chi la incontrava, in primis il marito. “Solo dopo la sua
morte ho scoperto” ha ammesso Nando “che alcuni giovani dialogavano con lei
anche su questioni personali.” ‘La ragazza di Vicolo Pandolfini’ (San Paolo
edizioni) è stato scritto per colmare un’assenza incolmabile, per far conoscere
chi, per natura e per scelta, aveva deciso di stare dietro le quinte, ma a
maniche rimboccate.
mercoledì 4 novembre 2026
L'erba di Redipuglia
4 novembre 1918, fine della Prima Guerra Mondiale, ma non della follia umana: la guerra continua. Con questo racconto, anni fa, ho cercato di descrivere la mia vicinanza a chi ha sofferto. Oltre un milione di italiani, fra militari e civili, sono morti. Molti milioni hanno patito ogni genere di privazione e di dolore.
L’erba di Redipuglia
Arrivo
in auto dalla bella Trieste, svolto a sinistra, nemmeno mi accorgo che sulla
destra il Monte Sei Busi è fertile di una morte eroica. Ampio parcheggio,
lascio la vettura e mi dirigo verso il Colle Sant’Elia, un grosso foruncolo
verde dove scorgo mortai, obici e altri strumenti di morte, datati primi del
Novecento. Sulla sommità una colonna, in basso le mie gambe che tremano di
fronte a tanto dolore immaginato, gratitudine per il dono della memoria.
Tutto
s’infiamma sotto un sole d’agosto, impossibile da sopportare. Mi sono fatto
l’idea che i centomila siano lì, ma il Sant’Elia mi pare un cocuzzolo di basso profilo.
Non so perché mi giro verso la spianata dove corre l’Isonzo. Mi volto e vedo.
Davanti a me il Monte Sei Busi è bianco di marmo come le Alpi Apuane. Sulla
cima tre croci, alla base due italici vessilli su alto pennone che sonnecchiano
nell’afa. Leggo un cartello è comprendo: prima i trentamila erano sul
Sant’Elia, poi sono diventati centomila e li hanno messi a riposo eterno sul
Sei Busi.
Torno
al posteggio, attraverso la via d’asfalto e sono su quella terra sacra. Non ci
credo che lì, esattamente lì c’è stata guerra, uomini si sono affrontati e
ammazzati, il dolore si è sprecato, il sangue ha bagnato quel suolo che oggi
calpesto. E vorrei farlo sulla punta dei piedi, come il grande Rudol’f Nuriev.
M’avvio
verso la lunga scalinata, gli immensi gradoni. Sono ai margini. Ogni passo è
una preghiera. Alla mia destra la fila dei ‘presentepresentepresentepresente’,
risposta all’appello in un tempo di morte obbligata. E sotto la scritta che
s’allunga verso Aquileia i nomi, centomila nomi. E un nome –diobono- è una
vita. Io so che valore può avere un cuore che batte e la paura tremenda che si
fermi per sempre. Una vita, cioè il nostro tutto.
Ogni
passo un requiem. Le cicale mi distraggono, mitragliate nel cielo che luccica,
fastidiose e invisibili come nemici di un’altra trincea.
Sul
lato sinistra del monte salgo io solo, sul lato destro non più di cinque
turisti-pellegrini, al centro nessuno: sarà l’ora severa del mezzogiorno, sarà
che la memoria evapora con le generazioni. Sarà che i centomila se ne sono
andati per sempre? Diobono: no.
Arrivo
a una spianata, ciuffi d’erba rinsecchita sono spuntati fra le crepe delle grandi
piastrelle grigie. Segno d’incuria, e non mi sta bene. Mi inginocchio e mi
metto a strappare le erbacce, prego e sradico la gramigna della dimenticanza.
Le ginocchia mi fanno male quasi subito, mi rialzo, mi piego sulla schiena,
continua il mio lavoro, il sole non mi aiuta, sudo, ho sete e la pietra mi
sputa in faccia tutto il suo calore. Ma vado avanti. Mi scappa da ridere: posso
chiamare sacrificio quel mio lavoro da contadino, di fronte a chi ha dato la
vita?
Il
sole lentamente plana verso il mare, quell’erba secca insolente non finisce
mai, saranno forse centomila ciuffi d’erba? I capelli di quei poveri italiani,
costretti ad essere eroi? Torno in ginocchio, la schiena mi duole, le dita si
tagliano, compare qualche striatura di sangue, piccole gocce sopra la pietra.
So che non ce la farò a ripulire tutto il sacrario, so che la dimenticanza è
più forte di me, so che quell’erba appena sgozzata ricrescerà, ma lo stesso non
mi ferma nemmeno la notte.
Gli
ultimi fili d’erba li ho strappati con la bocca, sdraiato vicino a quei
fratelli, che non hanno vissuto oltre il 1918. Ma infine il lavoro l’ho completato.
Posso riposare in pace.
M’addormento
quando l’alba è più di una promessa, quando il sole ricomincia a pulsare il suo
fuoco.
Ora
dormo vicino ad un tale, di nome Zanzi Francesco, soldato, 66° fanteria.
martedì 3 novembre 2026
Carlo
Oggi, 4 novembre, si festeggia San Carlo Borromeo: è il mio onomastico.
Il nome Carlo mi piace, non mi ha mai creato problemi. Lo devo ad un'amica di mia mamma, che partorì qualche giorno prima di lei e chiamò la figlia Carla (un anticipo di quello che sarebbe stato il mio futuro sentimentale). Mamma Ines disse: 'E' un bel nome, lo utilizzerò anch'io' e così è stato.
Olive solidali
Nel mio giardino è stato piantato un ulivo. Da tre anni raccolgo le olive: due anni fa 6 kg, lo scorso anno niente causa malattia del frutto, quest'anno 11 kg, ottima annata. Con 10 kg si ricava un litro di olio extravergine. Stasera ho portato il raccolto a Bosto, dove un arzillo signore di 93 anni (l'anima di questa iniziativa) mi ha ringraziato per il lascito. Contribuisco così alla produzione dell'olio di lago di S.Imerio, un'iniziativa benefica nata nel 2004 e che - a parte due anni di interruzione causa Covid - ha raccolto ben 129.000 euro con la vendita dell'olio 'benedetto'. Il progetto 2026 è un depuratore d'acqua in Camerun. Sono già stati raccolti 25 quintali di olive, che diventeranno 250 litri d'olio. Chi vuole contribuire può portare le sue olive a Bosto, chiamando allo 0332-288507. Risponderà il 93enne (purtroppo non so il nome) e concorderete l'orario di consegna.
lunedì 2 novembre 2026
Tengo a bada la morte
Oggi, 2 novembre, è il giorno dei morti. Non ho bisogno del giorno dei morti per pensare ai miei morti, per pregare. Ci penso e prego tutti i giorni. Ma anche alla morte penso quasi tutti i giorni, sprecando (secondo alcuni) il mio tempo. Ogni tanto ci scrivo qualche poesia. Come la seguente.
TENGO
A BADA LA MORTE
Tengo a bada la morte con le torte,
invasioni
di note alla mia corte,
la
santa distrazione scelgo in sorte,
m’invento
un dio che apra le sue porte.
Vale
ogni trucco per toglierla di dosso,
la
tengo quieta come un cane all’osso,
scelgo
la vita, corro a più non posso,
e
se diventa un buco, salto il fosso.
Si
sa come finisce la partita,
e
se ce la giocassimo infinita?
Non
c’è storia, non mi garba la sortita,
pretendo,
da vivente, la mia vita.
Tengo
a freno la morte con parole
che
non hanno il benché minimo valore,
molto
meglio abbracciare lo stupore
che
ti regala un bacio, un’alba, un fiore.
28
novembre 2018
A Velate grazie a don Adriano
Posso presentare il mio ultimo libro nel salone dell'oratorio di Velate grazie soprattutto all'ospitalità di don Adriano Sandri, il prete volante. Uomo di Dio di grande fede e vasta cultura, spazia non solo sulla terra ma anche nei cieli, grazie al suo brevetto di volo. Per la verità la foto è datata, forse oggi non vola più per raggiunti limiti di età. Sarà lui a salutare i presenti domenica 8 novembre, ore 15.

