domenica 8 novembre 2026

L'ultima corsa di Massimo Begnis


 

Un altro lutto ha colpito l’atletica leggera varesina. Dopo la recente morte del pesista Angelo Groppelli, mi giunge oggi, domenica 8 novembre, la notizia della morte di Massimo Begnis, siepista che arrivò anche al record nazionale della specialità. Così si parla di lui nel libro ‘Regina delle Prealpi – L’atletica leggera a Varese’:

‘Nel 1942 nasce a Varese Massimo Begnis. Frequenta la ragioneria quando il suo prof. di ginnastica, Franchi, lo invita a partecipare a una corsa campestre. Si mette in luce e non sfugge all’attenzione di Angelo Enzo Bresciani, spesso organizzatore di corse campestri. Senza passare dalla Biumense, Begnis va direttamente alla Gallaratese, allenato da Bresciani. Presto segna un 3’17”1 nei 1200 metri. A 23 anni, il 14 agosto del 1965, a Celje (ora in Slovenia) stabilisce il primato italiano dei 3000 siepi in 8’52”8. Così Begnis ricorda quel periodo: - L’atletica era ancora pionieristica. Si seguiva il metodo dei neozelandesi. Alle Olimpiadi di Roma del 1960 i neozelandesi Peter Snell e Murray Halberg avevano vinto rispettivamente gli 800 e i 5000. Li allenava Arthur Lydiard, un neozelandese che proponeva di correre in allenamento 100 miglia alla settimana. Si correva con ai piedi le Superga, al massimo le prime Adidas o le Puma, non certo con le scarpe di adesso. Enzo Bresciani si vedeva una volta alla settimana, ci seguiva in motorino. – Begnis dalla Gallaratese passerà poi alla Pro Patria di Milano, concluderà la sua carriera a 29 anni.’

Mio collega di educazione fisica (eccolo in foto con Umberto Cionfrini), ultimamente ci si incontrava alla Messa delle diciotto nella chiesa di Avigno. Non sapevo della sua malattia. Gentile e riservato, mi chiedeva sempre se continuassi a correre. Ci lascia quindi un pezzo da novanta dell’atletica leggera varesina, che negli anni Sessanta e Settanta ha regalato alla nostra città atleti di alto livello.

Sono vicino alla moglie Annamaria e ai figli Stefano ed Elena.

 


sabato 7 novembre 2026

Non mi guardè


Penso spesso a mio papà Mario. Ieri mi è tornata alla mente una sua frase, che ripeteva quando notava una donna particolarmente truccata, con modi altezzosi e distaccati. Con il suo tipico sorriso un po' monello, diceva: 'Non mi guardè che mi guastè!'

 

Morte trionfale


 

In autunno le foglie vivono la loro rivincita. 

Chi ha detto che la morte è nera e cupa?

Floriano Bodini: viaggio in Italia


 






Per la maggior parte dei varesini, l'artista Floriano Bodini è l'autore del monumentale Papa Paolo VI, che dagli anni Ottanta caratterizza il piccolo sagrato del Santuario di S.Maria del Monte; statua circondata, sulla base, da alcune pecore, e fra queste la famosa pecora a cinque zampe, molto amata dai bambini. Ma Bodini, naturalmente, è molto di più. Per stare a Varese città, è l'autore del nuovo altare in marmo bianco della basilica di San Vittore eccetera eccetera. Una parte di questi eccetera è stata colmata dalla figlia di Bodini, Sara, e dalle storiche dell'arte Lara Treppiede e Anita Membrini, autrici del volume 'Floriano Bodini-Viaggio in Italia' presentato stamani al Castello di Masnago, in un incontro organizzato dal Festival del racconto-Premio Chiara. Oltre a Salvatore Consolo (che il Premio Chiara coordina), erano presenti le due autrici Treppiede e Membrini (assente Sara Bodini, che vive a Sapporo, in Giappone), la responsabile del Castello di Masnago Silvia Vacca, nonché Serena Contini e Francesca Ricardi, cinque voci assai competenti sul mondo dell'arte (in generale) e sull'opera di Bodini (in particolare), in perfetta sintonia con il grande amore per l'arte che ha caratterizzato anche la vita di Piero Chiara. Il prezioso volume è costato due anni di lavoro alle autrici, è nato per celebrare i vent'anni dalla morte dello scultore della Val Cuvia, non è un catalogo d'arte ma un libro che descrive una cinquantina di opere di Bodini e una cinquantina di musei che contengono almeno uno dei suoi lavori, opere e musei sparsi in tutta Italia. Da qui il titolo (Viaggio in Italia). Un volume arricchito da testi tutti inediti, diviso in quattro sezioni, con una parte conclusiva (scritta da Silvano Colombo) che getta lo sguardo anche oltre confine, perché (come ha detto Lara Treppiede, direttrice del Museo Bodini di Gemonio) "è vero che il libro è un itinerario tutto italiano, ma sono talmente ragguardevoli le opere del maestro nel resto del mondo, che non si poteva tralasciare del tutto questo capitolo, in attesa che arrivi, e arriverà, anche il catalogo completo dei lavori di Bodini."
Come per altri personaggi della nostra terra prealpina, Floriano Bodini corre il rischio di non essere profeta in patria, ma il presente volume aiuterà a limitare questo vuoto culturale. 

venerdì 6 novembre 2026

Quelli del '56


 

Quelli del '56 (in foto, Giacomo Poretti alla maratona di NY 2026)), e in più interisti, hanno una marcia in più.

giovedì 5 novembre 2026

'La ragazza di Vicolo Pandolfini' di Nando dalla Chiesa

 






Aria nuova alla Civica Biblioteca di Varese: orari dilatati, molti giovani presenti, non solo libri ma un luogo ospitale per iniziative culturali e socializzanti. Me ne sono accorto ieri sera; la buona abitudine del giovedì dell’incontro con l’autore è però rimasta, la piccola rivoluzione operata da Claudia Giussani (nuova direttrice) non ha coinvolto la presentazione di libri, e ieri era in Sala Morselli un nome famoso: Nando dalla Chiesa. Classe 1949, figlio del generale Carlo Alberto (morto nell’agguato di mafia a Palermo il 3 settembre 1982), laurea in sociologia, una vita dedicata alla politica, alla docenza universitaria, alla pubblicazione di libri (a partire da quel ‘Delitto imperfetto’ che fu atto d’accusa contro chi favorì la morte del Generale, di sua moglie e dell’agente di scorta), all’impegno per la legalità, per la lotta contro la criminalità organizzata, questa volta ha voluto scrivere una delicata storia d’amore, quella che lo ha visto protagonista in quanto ragazzo e poi marito di Emilia, la sua adorata moglie, la ragazza siciliana di vicolo Pandolfini. Si conobbero a Palermo nello sbocciare degli anni Settanta, lei 18 anni, lui 21, e da lì non si sono mai lasciati, sino alla morte di Emilia, nel 2021. 44 anni di matrimonio, ideali condivisi, trascorsi fra Palermo e Milano. “Ho voluto scrivere questa storia, che qualcuno ha definito una fiaba, in terza persona” ha detto ieri l’autore, intervistato da Claudia Giussani, “perché volevo che la protagonista fosse lei, Emilia. A volte si parla di qualcuno mettendo il nostro io davanti, non volevo correre questo rischio.” Dalle parole misurate, meditate, lente, si è colto il profondo legame che ha unito questi due protagonisti della vita sociale e politica italiana: l’uno, Nando, più esposto al pubblico, l’altra, Emilia, nel silenzio di una militanza generosa, nell’ombra, capace di incidere su chi la incontrava, in primis il marito. “Solo dopo la sua morte ho scoperto” ha ammesso Nando “che alcuni giovani dialogavano con lei anche su questioni personali.” ‘La ragazza di Vicolo Pandolfini’ (San Paolo edizioni) è stato scritto per colmare un’assenza incolmabile, per far conoscere chi, per natura e per scelta, aveva deciso di stare dietro le quinte, ma a maniche rimboccate.


mercoledì 4 novembre 2026

L'erba di Redipuglia



4 novembre 1918, fine della Prima Guerra Mondiale, ma non della follia umana: la guerra continua. Con questo racconto, anni fa, ho cercato di descrivere la mia vicinanza a chi ha sofferto. Oltre un milione di italiani, fra militari e civili, sono morti. Molti milioni hanno patito ogni genere di privazione e di dolore.  

 

L’erba di Redipuglia

Arrivo in auto dalla bella Trieste, svolto a sinistra, nemmeno mi accorgo che sulla destra il Monte Sei Busi è fertile di una morte eroica. Ampio parcheggio, lascio la vettura e mi dirigo verso il Colle Sant’Elia, un grosso foruncolo verde dove scorgo mortai, obici e altri strumenti di morte, datati primi del Novecento. Sulla sommità una colonna, in basso le mie gambe che tremano di fronte a tanto dolore immaginato, gratitudine per il dono della memoria.

Tutto s’infiamma sotto un sole d’agosto, impossibile da sopportare. Mi sono fatto l’idea che i centomila siano lì, ma il Sant’Elia mi pare un cocuzzolo di basso profilo. Non so perché mi giro verso la spianata dove corre l’Isonzo. Mi volto e vedo. Davanti a me il Monte Sei Busi è bianco di marmo come le Alpi Apuane. Sulla cima tre croci, alla base due italici vessilli su alto pennone che sonnecchiano nell’afa. Leggo un cartello è comprendo: prima i trentamila erano sul Sant’Elia, poi sono diventati centomila e li hanno messi a riposo eterno sul Sei Busi.

Torno al posteggio, attraverso la via d’asfalto e sono su quella terra sacra. Non ci credo che lì, esattamente lì c’è stata guerra, uomini si sono affrontati e ammazzati, il dolore si è sprecato, il sangue ha bagnato quel suolo che oggi calpesto. E vorrei farlo sulla punta dei piedi, come il grande Rudol’f  Nuriev.  

M’avvio verso la lunga scalinata, gli immensi gradoni. Sono ai margini. Ogni passo è una preghiera. Alla mia destra la fila dei ‘presentepresentepresentepresente’, risposta all’appello in un tempo di morte obbligata. E sotto la scritta che s’allunga verso Aquileia i nomi, centomila nomi. E un nome –diobono- è una vita. Io so che valore può avere un cuore che batte e la paura tremenda che si fermi per sempre. Una vita, cioè il nostro tutto.

Ogni passo un requiem. Le cicale mi distraggono, mitragliate nel cielo che luccica, fastidiose e invisibili come nemici di un’altra trincea.

Sul lato sinistra del monte salgo io solo, sul lato destro non più di cinque turisti-pellegrini, al centro nessuno: sarà l’ora severa del mezzogiorno, sarà che la memoria evapora con le generazioni. Sarà che i centomila se ne sono andati per sempre? Diobono: no.

Arrivo a una spianata, ciuffi d’erba rinsecchita sono spuntati fra le crepe delle grandi piastrelle grigie. Segno d’incuria, e non mi sta bene. Mi inginocchio e mi metto a strappare le erbacce, prego e sradico la gramigna della dimenticanza. Le ginocchia mi fanno male quasi subito, mi rialzo, mi piego sulla schiena, continua il mio lavoro, il sole non mi aiuta, sudo, ho sete e la pietra mi sputa in faccia tutto il suo calore. Ma vado avanti. Mi scappa da ridere: posso chiamare sacrificio quel mio lavoro da contadino, di fronte a chi ha dato la vita?

Il sole lentamente plana verso il mare, quell’erba secca insolente non finisce mai, saranno forse centomila ciuffi d’erba? I capelli di quei poveri italiani, costretti ad essere eroi? Torno in ginocchio, la schiena mi duole, le dita si tagliano, compare qualche striatura di sangue, piccole gocce sopra la pietra. So che non ce la farò a ripulire tutto il sacrario, so che la dimenticanza è più forte di me, so che quell’erba appena sgozzata ricrescerà, ma lo stesso non mi ferma nemmeno la notte.

Gli ultimi fili d’erba li ho strappati con la bocca, sdraiato vicino a quei fratelli, che non hanno vissuto oltre il 1918. Ma infine il lavoro l’ho completato. Posso riposare in pace.

M’addormento quando l’alba è più di una promessa, quando il sole ricomincia a pulsare il suo fuoco.

Ora dormo vicino ad un tale, di nome Zanzi Francesco, soldato, 66° fanteria.