domenica 31 marzo 2024

Ciao, Anita


 

Se penso a mia suocera Anita, 94 anni, penso che era una donna di fede, ed è morta proprio il giorno di Pasqua. E ovvio che la ringrazi per essere la mamma di mia moglie, ma devo ringraziarla per altro: ad esempio la sua abilità in cucina, che ha trasmesso alle figlie e della quale ho potuto godere per molti anni. Era esigente, precisa, amante della casa, della pulizia, dell'ordine, grande lavoratrice. Pregava molto. Chi può e vuole, preghi ora per lei.

Ciao, Anita.   

L' onore è salvo, ma...


 




L'onore per la OJM Varese è certamente salvo, dopo la bella prestazione di ieri sera, sabato santo, contro la prima della classe, cioè Brescia. ma basterà per la salvezza? Difficile pronosticarlo, bisognerà vincerla almeno una partita, meglio due, per non toccare il fondo. Ma stiamo a ieri sera. Palazzetto colmo, compresi non pochi tifosi bresciani, numerosi e rumorosi. C'è da vedere il nuovo acquisto varesino Michael Gilmore (foto), manca Ulaneo. Partiamo alla grandissima, Brown è spettacolare, 4 triple di fila, una anche capitan McDermott, Brescia traballa un po' ma il gigantesco Miro Bilan (foto, e se la merita tutta) scalda i motori e Brescia decolla. Ma la OJM regge e così finisce 22-21, dopo che eravamo stati avanti anche di 9 (14-5). Secondo quarto: Bilan fa quello che vuole in post basso, la palla arriva regolarmente a lui e che fa? Spalle a canestro si fa largo, si avvicina al ferro, finta, zac zac, canestro, oppure assist, e se non entra subito, rimbalzo e canestro. E Varese che fa? cerca di difendere, ovvio, e soprattutto s'accende Nikko, tripla, ritripla, penetrazioni, tiri liberi, già 18 punti sul groppone. Brown si spegne, entra Okeke, fa subito due falli e Leo esce. Gilmore è una comparsa spaesata (- 3 di valutazione). Finisce 48-44: Varese regge. Nel terzo quarto Varese soffre, la leonessa si avvicina, Spencer fa 0 su 3 nei liberi e non è un bel vedere, tripla del Moro (in serata fiacca) ma per fortuna abbiamo Nikko che somma 25 punti e ci tiene a galla. Finale concitato e 67-72 per gli ospiti. Via, ultima fatica. Brown rovina la media con triple senza ciuff, Gilmore esce per 5 falli, Spencer fa doppio lavoro ma non è Bilan però siamo lì (81-82), 3 su 3 di Nikko ai liberi (84-85). Anche se si perde, l'onore è salvo. Ultimo minuto: non fischiato un fallo di Bilan su Nikko in penetrazione e Miro schiaccia subito dopo (84-89), altro 3 su 3 di Nikko ma Brescia è precisa dai liberi. Un triplone clamoroso ancora di Nikko ci porta al 92-93 quando mancano meno di 2 secondi. Brescia non sbaglia i liberi (92-95) e l'ultimo tiro da metà campo sempre del rosso accarezza il ferro ma non la retina. E' la fine. 
Quindi: Nikko 37 punti, Bilan 42 di Valutazione e 25 punti. Per fortuna Brindisi perde in casa con Sassari. Ora siamo terzultimi a 18 punti, Brindisi e Pesaro sono a 14. Domenica prossima dobbiamo vincere contro Napoli, non ci sono storie.
Sempre e comunque: Forza Varese!!!!

sabato 30 marzo 2024

Quanto spreco


  

Ce ne andiamo sprecando un quantitativo enorme di cose non dette, di pensieri tenuti dentro, di confidenze rimandate e mai eseguite. E nel contempo ce ne andiamo senza ricevere da chi ci sta vicino tutto quello che avrebbe potuto comunicarci. Ma in fondo questo spreco, questa riservatezza è necessaria. Ci risparmia molte delusioni. Immaginatevi di sapere tutto il negativo che, chi ci sta vicino, vorrebbe 'regalarci'! Non farebbe bene alla nostra autostima. Anche ricevere complimenti tacitati spesso non sarebbe opportuno, soprattutto se ci sono di mezzo i sentimenti. Quindi tutto sommato il silenzio tombale ha un suo perché. 

Leggete i romanzi. Lì vanno a finire tutti i nostri sprechi. 

In foto: dipinto di Debora Fella, in galleria Ghiggini a Varese.

giovedì 28 marzo 2024

Pianura padana


 

Primavera sul Mincio, tramonto nel cremonese.

Brava Laura


 

Ieri parlavo della mia amica Angela Borghi, in uscita con il suo nuovo romanzo. Ebbene, oggi tocca alla mia amica e collega Laura Veroni, anche lei fresca di stampa, sempre da Morellini, con il nuovo giallo: 'L'ombra della sciarpa blu'.

Complimenti! 

L'isola di Enrico


 

Ieri sera, dopo una giornata orribile, di pioggia e freddo, un estemporaneo squarcio ha regalato colori d'oro alla nostra Varese. E così il mio amico Enrico Piazza (ottimo fotografo) ha colto l'attimo sulle rive del lago Maggiore, da Angera, con l'isola Partegora impreziosita dai raggi. Come ricorda Enrico, grande esperto delle nostre terre, sebbene di modeste dimensioni, l'isulìn è la sola isola lombarda del Verbano, nota perché lì Alessandro Volta, che era comasco, scoprì e classificò il metano. 

Primo assalto turco: respinto


 

FIBA Europe Cup, semifinale ieri al Palazzetto: Itelyum Varese contro BKS Istanbul, squadra completa, tosta, coriacea. L'inizio per noi non è dei più sfavillanti, il più reattivo appare Spencer, dopo l' 11-11 i turchi scappano, finisce 19 a 26 per loro. Non vanno dentro le nostre triple, sicché il BKS, più preciso, se ne va (21-31) e si teme la debacle ma la mano si raddrizza, il pubblico (numeroso) incita, tripla del Moro, poi altra tripla di Hugo, e poi di Nikko, schiaccia Spencer e andiamo al riposo lungo addirittura avanti: 48-45. Via, si riparte: continuiamo a far conto sul tiro pesante, pare ci manchino alternative, e così è, la media un po' si aggiusta, Moretti e Spencer appaiono i più sicuri, gli altri se la cavicchiano, a parte Ulaneo inguardabile ai liberi, così andiamo all'ultimo riposino indietro (66-70). Gli ospiti in maglia rossa, come si conviene, non mollano; si danno da fare soprattutto con Bouteille, con il gigantesco Boutsiele, con Cavanaugh. Partita fallosa, il coach turco riceve bordate di fischi per il suo continuo parlare con gli arbitri, protestare. Quarto quarto: tegola per noi con il quarto fallo di Spencer, rimedia Hugo con una tripla ma subito dopo lancia una tripla siderale, senza nemmeno sfiorare il ferro. Continua l'orrore di Ulaneo ai tiri liberi, poi arriva il 5° fallo di Spencer ma noi reggiamo, 77-77, 79-77, 79-80 quando mancano 40", 1+1 di Nikko e così finisce 81-80 per Varese. Certo, la trasferta turca sarà assai dura, ci vorrà l'impresa, ma intanto è meglio vincere che perdere, anche se di un solo punto. E bisognerà vincere anche sabato santo contro Brescia, per non assaporare la tavola da fachiro del fondo classifica.

Forza Varese!

mercoledì 27 marzo 2024

La Varese che non amo - 2



Scendevo stamani dal Sacro Monte, sotto la pioggia. Mi sono limitato ad osservare due corte vie, e relativi tombini. Via del Santuario (dalla porta del rosario alla curva verso sinistra) è un disastro: su una decina di tombini, solo uno era disponibile ad accogliere l'acqua piovana. Meglio via Oronco, il tratto con le pietre: lì il 70% dei tombini andavano bene. 

Non amo questa Varese che trascura la manutenzione. Stamani non pioveva forte, eppure già si stavano formando torrentelli in discesa verso il centro. 

martedì 26 marzo 2024

Brava Angela


 

So bene cosa si prova quando dalla casa editrice ti arriva lo scatolone (in genere una piccola scatola, 5 copie) con le copie omaggio del tuo nuovo libro. E quindi so cosa prova la mia amica e compagna di liceo Angela Borghi, che ha appena ricevuto il suo nuovo romanzo giallo, edito da Morellini. Brava Angela. 

Auguri Marco


 

Felice compleanno al mio amico e compagno di liceo Marco Avèta, notaio del Festival di Sanremo. Eccoci insieme lo scorso maggio, in occasione dell'annuale ritrovo dei compagni di scuola. 

Auguri Gianni


 

Felice compleanno al mio amico e collega Gianni Chiapparo. Cifra tonda, 70 condotti alla grande!

lunedì 25 marzo 2024

Il Venezia


 

Il Venezia

 

 

Ma perché mai un lettore dovrebbe perdere il suo tempo, leggendo questo breve racconto? Subito detto: per incontrare il Venezia. E per incontralo non avete che me. Lui, il Venezia, nulla ha lasciato di scritto, niente immagini televisive, niente registrazioni audio. Solo il sottoscritto, con la traballante potenza del suo ricordo. E perché proprio il Venezia merita un racconto? Perché era un buono, e se ci teniamo ad impratichirci in questa qualità morale, allora ci farà bene sapere di lui.

Il Venezia…mamma mia, se ci penso sento ancora in pancia l’emozione per quel suo gesto elementare e stupefacente. E vedo soprattutto la sua di pancia, prominente dentro una tuta da meccanico, ventre che ancor più evidenziava l’unto da meccanico. La tuta era blu carta da zucchero, con macchie di grasso e nera sull’addome, dove preferibilmente si sfregava le mani. Un baschetto anche quello blu e un negozietto in fondo alla via, un locale unto e bisunto ricavato dentro un palazzotto cadente. Fra il suo negozio e il mio quartiere stava, nel mezzo, centralità del sapere, la mia scuola elementare.

Riparava biciclette e motorini il Venezia, ma il lavoro non era tanto nemmeno allora, dato che il suo addome esagerato spesso sbucava dalla soglia del negozio, a dire che non si stava ammazzando di fatica. Però qualcuno si lamentava che le riparazioni le eseguiva con calma, al limite del tempo massimo.

Perché lo chiamavamo il Venezia lo si sarà capito. Allora usavamo quel termine per due categorie di individui: quelli che giocando al pallone non passavano mai la sfera (ma non era il suo elenco) e quelli come lui, emigrati dal Veneto in cerca di lavoro, quasi subito costretti a spartirsi il pane con i fratelli del meridione d’Italia. Due povertà che trovavano nella mia città del cibo, un lavoro e aria senza troppi inquinanti.

Ma la faccio breve, perché ciò che conta è quel gesto, quella scelta, quel sorriso tagliato dentro una faccia grossa e rossa come un’anguria divisa a metà, con quella coppola che lì in alto soffriva di vertigini e pareva sempre sul punto di cadere. Perché il Venezia, come molti veneti, era alto di statura.

Dio mio, se ripenso a quei tempi…già, ma non cado nel tranello, erano belli perché era bella la giovinezza: tutto qui. Ma stiamo al riparatore di bici. Avevo sette anni, seconda elementare e una bici non adeguata: io non ero un gigante, ma quella bici era da nani. Mi accontentavo perché mi portava per il cortile di sassi dove volevo, e se tiravo coi pedali sentivo l’aria in faccia e mi pareva di andare veloce. Non ero prudente, e come ogni bimbo sopravalutavo le mie abilità e sottostimavo i rischi. Le mie ginocchia parlavano chiaro. Ma quel giorno si fece male anche lei, la bicicletta. Una curva mal condotta mi buttò contro lo spigolo del palazzo e a terra. Non piansi perché avevo una compagna di scorribande, si chiamava Patrizia, mi piaceva e qualche volta riusciva a stare al mio passo. Non quel giorno. L’avevo staccata inesorabilmente. Fu brava Patrizia, non rise di me. Avevo sangue e abrasioni, ma soprattutto una bici con il manubrio storto e un cerchione che toccava sulle forcelle.

“Mia mamma mi ammazza” dissi a Patrizia.

“Perché non vai dal Venezia? Se vuoi ti accompagno” disse Patrizia.

Mi parve una follia. Avessi dato seguito a quel piano e fossi stato scoperto, sarebbe intervenuta anche la furia di mio padre. Ma c’era Patrizia con me.

“I tuoi ti lasciano uscire dal quartiere?”

“No” disse la ragazzina.

“Nemmeno i miei.”

“Andiamo” e Patrizia mi prese per mano.

Cercai per un tratto di mantenere l’estasi della mano di una ragazza e il trasporto della bici, ma fui costretto a sganciarmi. Il trasporto mi obbligava ad usare entrambe le mani, sollevando la ruota anteriore che non girava.

Il Venezia era là, con la pancia di fuori e la Nazionale senza filtro che pendeva dalle labbra, la barba di tre o quattro giorni e il sole basso negli occhi.

Ovvio che non ricordi esattamente le parole di quel breve dialogo. Vado con la memoria, con la fantasia, cercando di tradurre un sentimento e quel poco che ricordo di quella faccia simpatica.

Mi vide e disse: “Ti conosco…tuo padre non è quello che abita al quartiere?”

Dissi di sì, sapevo che conosceva il mio vecchio (vecchio di adesso), non ero sicuro che si ricordasse di me.

“E questa ragazzina? E’ la tua fidanzata?” chiese il Venezia.

“Sì” rispose Patrizia.

Secondo me non era vero, non so perché lo disse, non fu mai la mia ragazza, forse in quel momento le andava di fare la grande, la già impegnata con un ragazzo che, diciamo la verità, non era il peggio del quartiere.

“Vieni qua” disse il Venezia, notando i miei graffi e la bicicletta. “Non c’era nessuno in casa?”

A me le bugie uscivano a rilento, per questo Patrizia prese di nuovo la parola: “Nessuno, allora abbiamo pensato di venire da lei.”

“Bravi….qua ti pulisco un po’” e mi fece entrare nel negozio, un antro senza luce, sporco. Sapeva di ferro e di grasso, irranciditi dalla muffa. “Siediti lì.”

Le parole del Venezia dovete immaginarle con inflessione veneta, sporcate con qualche frase in dialetto stretto, che non capivo.

Fece finta di lavarsi le mani con un pezzo di sapone da bucato annerito dal grasso, dentro un lavandino di metallo piccolo piccolo, con un rubinetto dalla manopola a forma di fiore. Prese dell’alcol e del cotone idrofilo e mi disinfettò alla meglio.

“Sua mamma lo ammazza” disse Patrizia, indicando con la mano e lo sguardo la bici contorta.

“Certo che lo so” disse il Venezia, che si mise all’opera e raddrizzò manubrio e cerchione con una sveltezza che non immaginavo.

La bicicletta era in ordine e avevo conquistato Patrizia. Almeno di questo mi illudevo, dopo aver salutato, ringraziato ed essere risalito in sella, per non farmi staccare da lei.

In realtà non avevo conquistato una ragazza, avevo forse capito che comandano le donne, e anche il mio procedere dietro Patrizia, verso casa, diceva di una certa sottomissione. In verità ero stato conquistato dal Venezia. Ma l’avrei capito molti anni dopo.

Patrizia me la sono dimenticata, lui no. Il ricordo del suo sorriso buono credo mi abbia salvato dagli eccessi di cattiveria e di egoismo, permettendomi di mantenere un sufficiente livello di buona creanza. Oggi, che so quale gioia si prova a far contento un bambino, riparandolo dalla violenza degli adulti, posso leggere sino il fondo quel sorriso, tagliato dentro una faccia rubiconda e sporca, grande e rotonda come una rossa anguria, divisa nel mezzo.      

 

 

 

 

 

 

 

 

Non sono un tipo triste


 

E' vero che, scrivendo, tocco spesso l'argomento della morte, ma non sono un tipo triste. Lo divento quando ho qualche acciacco. Qualcuno dice che durante le presentazioni dei miei libri, nonostante riceva complimenti, sono spesso serio. Non credo, e comunque questa recente foto di Riccardo Prando lo smentisce categoricamente. 

domenica 24 marzo 2024

Grazie a La Prealpina


 

Grazie al quotidiano La Prealpina e al giornalista Riccardo Prando.

doppio clic sull'immagine per ingrandire 

sabato 23 marzo 2024

Con Silvia e Giovanni


 

Fra i personaggi del mio romanzo 'Fuggiaschi' vi è la varesina Adele Mazzucchelli Orsi, pioniera del volo su aliante. A lei è intitolato l'Aero Club situato sul lago di Varese. Adele era il mito di mio papà Mario, che avrebbe voluto fare il pilota. E' stata una grande sorpresa trovarmi ieri, alla presentazione del libro, i figli di Adele e di Giorgio Orsi, e cioè Silvia e Giovanni Orsi Mazzucchelli.   

Un pomeriggio diverso


 



Come si può notare dalla foto qui sopra, vi è stata ampia presenza di pubblico ieri pomeriggio, sabato 23 marzo, in sala Morselli alla Civica biblioteca di Varese, per la presentazione del mio nuovo romanzo 'Fuggiaschi'...No, dai, scherzi a parte il pubblico non è mancato, sono contento e spero lo siano i lettori, dopo aver letto la mia storia. Grazie a tutti, in particolare a Nicoletta Magnani, Manuela Lozza, all'editore Pietro Macchione. Finalmente, dopo aver scattato tante foto agli autori che presentavano le loro opere in sala Morselli, con la foto dello scrittore Guido alle spalle, ieri è toccato a me.  

Ultima chiamata


 Ultima chiamata 

giovedì 21 marzo 2024

Assassinio sul Tresa


 


Personaggio davvero poliedrico Marco Marcuzzi, che ieri ha presentato in sala Morselli alla Biblioteca di Varese il suo decino romanzo noir (e sesto della serie del commissario Florio), dal titolo: 'Assassinio sul Tresa' (Macchione editore). Si diceva della poliedricità di questo autore dalla folta chioma leonina, classe 1962, nato a Treviso, vissuto a Firenze e giunto infine in Valcuvia, studi all'Accademia di Belle Arti, pianista, compositore, fotografo e infine scrittore. Dicono di lui che Marcuzzi sia in grado di mixare il cinismo veneziano, la causticità toscana e la fantasia crudele che aleggia nelle valli del lago Maggiore. Fatto sta che in questo decino romanzo il commissario Florio, in compagnia dell'alter ego Sciavino, dovrà scoprire il perché del cadavere di una donna, rinvenuto nel fiume Tresa, che scorre fra Luino e Ponte Tresa, intagliando le dolci colline di Cremenaga.
Ecco in foto l'autore con Sibilla Clerici, che ha presentato il romanzo. 

La magnolia di Varese


 


Per i varesini questa è la Magnolia con la M maiuscola: via Silvestro Sanvito. 

Non fatemi questa domanda


 Come sempre, sul finire della presentazione del mio nuovo romanzo, arriverà la domanda per il pubblico: "Qualcuno vuole dire qualcosa?" Ebbene, non fatemi la domanda sul perché scrivo e perché scrivo così tanto. La risposta la anticipo qui: "E' tutta colpa della morte." 

Giornata mondiale della poesia

 


21 marzo

Vuoto di te abbraccio il tuo pigiama,

sa di carne, di sogni, di profumo

e del gesto invitante di spogliarsi 

e della bella mano che lo sveste

e del modesto volo verso me.

martedì 19 marzo 2024

Ciao Romeo


 

L'alpino Romeo Ganna è andato avanti. Chi come me abita a Sant'Ambrogio da tanti anni, non può non aver incontrato almeno una volta Romeo, uomo generoso, fra gli animatori del gruppo dei 'santambrogini', presenza fissa soprattutto ai fornelli, davanti al grande pentolone della Pasta e Fagioli, appuntamento tradizionale del 7 dicembre in piazza Milite Ignoto. 

I funerali si svolgeranno mercoledì 20 marzo, ore 14, nella chiesa parrocchiale di Sant'Ambrogio, preceduti alle 13.30 dal rosario.

Sono vicino alla famiglia.

Ciao Romeo. 

lunedì 18 marzo 2024

E siamo a quota tredici


 

'Fuggiaschi' è il mio tredicesimo lavoro di narrativa (romanzi e racconti). Arriva dopo ‘La Comune di Barbara’ (1989), ‘L’ultimo nemico’ (1994), ‘Luzine’ (1995), ‘Fax d’amore’ (1998), ‘La sfida elettronica’ (1999), ‘Vicolo Canonichetta’ (2007), ‘Cicale al carbonio’ (2008), ‘Valzer par Varés’ (2013), ‘Il giorno che tremò la notte’ (2015), ‘Nudo di uomo’ (2019), ‘Sassolungo’ (2020) e ‘La strada per le stelle’ (2022).  Altri racconti sono contenuti in ‘Varese – Il bianco e il nero’ (2001) e ‘Una città in cornice’ (2004).

In verità, se dopo una quarantina di libri pubblicati sono ancora un illustre sconosciuto, non dovrei dare tanto risalto ai miei libri. Anzi, dovrei scrivere che è il mio primo lavoro, alimentando così un po' di interesse. E invece no.

Frank Capra, noto regista, ebbe a dire che i suoi film non sono altro che capitoli della sua vita. Mi sento di dire lo stesso per i miei romanzi e i miei racconti. Non sono la cronaca puntuale, il diario di quasi settant'anni di esistenza. Diciamo che c'è la mia vita storicamente attendibile, quella inventata, modificata, fantasticata, abbellita, imbruttita, ma non posso sfuggire da me stesso, includendo nel vortice narrativo chi ha camminato, cammina e camminerà con me, chi ho conosciuto anche per poco ma che ha lasciato una traccia più o meno profonda.  


Se venite sabato 23 marzo, magari scoprite altro. 

Non rinfresca nemmeno quassù


 

Non rinfresca nemmeno quassù

 

Mio padre mi ha stupito, non gli riusciva così bene da sessant’anni anni, cioè da quando sono nato.

Oggi (come negli ultimi mesi, del resto) l’ho visto seduto sul balcone, immobile, perso nella sua malinconia e gli ho detto: “Dai, vecchietto, che ti porto a respirare aria buona.” Non ha chiesto né dove né come né quando né perché, mi ha seguito senza un gemito, senza un sorriso. Muto e obbediente. Avrei voluto dirgli ‘Non parli?’ ma ho preferito indagare fra le sue rughe e negli occhi, per trovare i rimasugli di passione, una goccia di voglia di vivere. Tutto spento.

Mio padre ora dimostra più della sua età, cammina da vecchio, pensa da vecchio, morirà da vecchio. O forse no. Spero di no. Ma intanto vive e allora ho pensato che salire di quota, cambiare panorama, diminuire di qualche grado la temperatura esterna potesse dargli sollievo. Lui mi segue come un agnello. Sta salendo in auto e dice: “Dove mi porti?”

“Al Campo dei Fiori. Va bene?”

“Come vuoi tu” e il resto lo aggiungo io ‘Tanto io non ho più voglia di niente.’

Ora siamo sul piccolo piazzale detto del Belvedere a mille metri di altezza, seduti su una panchina. Il vedere è bello, c’è tutta la nostra città, i sobborghi, i laghi, la pianura, i colli. Lui tace. Eppure era un gran parlatore, avvocato, costretto per lavoro e aiutato dal carattere a cucire frase su frase, un grande tappeto di balle, con ricami di verità. Guarda, sospira, accavalla la gamba aiutandosi con le mani e dice: “Ahi!”. Il dolore, non continuo, acuisce la depressione. Perché s’era illuso di non sentirlo più ma quello arriva, rivendica la sua presenza.

Cerca i miei occhi e allora io fuggo, guardo il lago, il cielo opaco, respiro l’odore dell’afa, che non rinfresca nemmeno quassù. Non reggo più il suo sguardo rapace, che implora la mia attenzione. Non lo sopporto perché so cosa vuole dirmi con quegli occhi slavati, ed io non saprei che rispondere. Non lo sopporto perché è uno sguardo senza pudore. Mi sveste. E il nudo della mia umanità fa pena. Inventerei le solite parole, la mia impazienza gli consiglierebbe di pazientare, di sopportare, di ringraziare per quello che ha avuto. Ha novantasei anni: cosa pretende? Che un figlio non pensi in questo modo di suo padre? Certo, fa bene a volerlo, protestare, ma questo sono io e quello è lui. Così va il mondo.

I miei occhi scappano e lui torna a guardare nel vuoto, verso un futuro che non esiste. Quello che era da fare è stato fatto. Non resta che attendere. Ma l’attesa della morte è già morte piena.

Se almeno parlasse. Se almeno scrivesse. Per scrivere non ha mai scritto, di parole al vento ne ha soffiate tante, ma di lui che mi ha detto? Della sua paura di morire, ad esempio? Eppure lo so, lo so perché è così per tutti, se siamo uomini; lo so quello che ha in testa, quali pensieri si rincorrono nelle viuzze della sua mente, come vento, come bimbi nel gioco.

Ora guarda in basso, nella direzione della sua infanzia: la sua castellanza, la sua prima casa, i genitori, gli amici, le ragazze, le bevute di grande godimento nelle giornate calde, la bella fame dei giovani. Ricorda e penserà: ‘Dio mio, come è passato in fretta.’ Più a sud la città che lo ha accolto: famiglia, professione, più professione che famiglia, avvocato di grido, come si dice, ma in famiglia gridava poco, sostava per una breve fermata, sedeva in poltrona, mangiava, leggeva il giornale, ci sorrideva come chi saluta perché deve già partire. Ora sbuffa, con timidezza, fingendo di nascondere l’amarezza e insieme pretendendo che io la veda. Che capisca fin dove può arrivare la paura. La delusione. O forse sbuffa perché ha trovato qualche errore commesso in passato, errori di omissione soprattutto, e se ne rammarica, non può più farci nulla, non può recuperare e allora la rabbia è con se stesso, il bilancio non lo soddisfa. Ma nessuno è soddisfatto quando s’avvicina l’ora. Anche cent’anni non bastano ad appagare l’uomo. Anche un’esistenza piena. Io sto qui a ragionare, a ipotizzare, ma che so di lui? Perché mi vuole lasciare nell’ignoranza? Mia mamma è morta, nulla ha lasciato di scritto che potesse regalarmi qualche intimità di mio padre. Sto per urlargli in faccia: “Ma cosa pensi?” e lui si volta, non posso scappare ancora da quegli occhi, li penetro, i nostri sguardi si sfiorano come nuvole, sorride, forse è un grazie per quell’uscita improvvisata. No, niente, torna a guardarsi i piedi, ad accarezzarsi la gamba dolente, a grattarsi come croste le sue pene, ruminandole nell’afa d’agosto. Prende fiato, sbuffa di nuovo; è dimagrito, il suo pallore da malato è impressionante. Per un istante sospetto che potrebbe farsi vincere dalla tentazione del vuoto, mettersi in piedi di scatto e lanciarsi verso la scarpata senza nemmeno urlare di paura, portando il suo silenzio definitivo sin nella tomba. Ho paura e sto per dirgli: ‘Rientriamo, papà, tanto nemmeno qui c’è aria.’

Mi precede. Si volta. Sta piangendo. “Làsum sfugà, fiò” mi dice, sorprendendomi. “Làsum sfugà” e comincia a parlare, parlare, parlare.  

 

 

 

 

Non mancherà la musica


 Chi mi segue sa che alle presentazioni dei miei libri (non più di un'ora) non manca mai la musica. E anche sabato 23 marzo gli ultimi 15 minuti saranno dedicati ad un video musicale, realizzato da mia figlia Valentina. Altro non aggiungo. 

domenica 17 marzo 2024

Assonanze


 





Bipersonale in Galleria Ghiggini, via Albuzzi 17, a Varese. Titolo: 'Assonanze'. In mostra due artiste emergenti, fra i 35 e i 40 anni, con alle spalle studi approfonditi e già parecchie mostre personali e  collettive. Ecco i nomi: la pittrice Debora Fella (foto in alto, di Matilde Bonaita) e la scultrice Giulia Bonora (foto in basso, di Nicola Licitra). 
Il visitatore troverà opere che richiedono l'utilizzo della fantasia. I quadri di Debora Fella non a caso si intitolano 'Réverie', cioè fantasticherie. Impasto di ardesia, grafite, carbone, pastello e colori ad olio su tela, i lavori qui esposti richiamano al paesaggio, osservato da un finestrino, mettiamo di un treno, ma il vetro è appannato, si scorgono macchie, fantasmi di immagini. E allora qui dipende dal soggetto che osserva: c'è chi, da tale nebulosità, si lascia indurre nel sonno, e chi invece è incuriosito dalla visione e fantastica. Ancor più astratta l'immagine scultorea di Giulia Bonora, ceramiche monocottura dai colori tenuti, costruzioni che si arrampicano verso l'alto. 
Le artiste hanno lavorato in autonomia, quindi hanno accostato i lavori. Assonanze?  Ciascuno le cercherà. Per parte mia, su aiuto della gallerista Eileen Ghiggini (che ha curato l'allestimento e il catalogo) ne ho trovata una (vedi foto in alto).
La mostra resterà aperta sino al 20 aprile (da mercoledì a sabato, orari 10/12.30 - 16/19).
Info e il catalogo si possono trovare sul sito www.ghiggini.it

Un rigore di differenza



 



Il Città di Varese calcio oggi al 'Franco Ossola' doveva vedersela con i genovesi del Ligorna, e diciamo subito che non è andata bene. Partita noiosa, non ha portato fortuna ai nostri la terza muta di maglie, quella color viola, cioè i colori del primo Varese, parliamo del 1910. Del resto anche il Ligorna (color giallo canarino) ha una storia gloriosa, classe 1922. Dicevamo della partita: i nostri attaccano di più ma non si arriva al tiro in porta, cross di alta parabola che vengono regolarmente respinti da una difesa attenta. Il secondo tempo ha un prima, decisiva emozione: Banfi, attaccante che evidentemente non ha dimestichezza con la difesa, allarga le braccia e così il pallone cozza lì, ed è rigore, trasformato dall'ex di turno, Miracoli (foto). E' praticamente il primo tiro in porta del Ligorna, ma pesa assai. Il Città di Varese cerca di reagire ma sono gli ospiti a fallire un'occasione più che ghiotta: doppio palo nel giro di pochi attimi, e il secondo è colpito da Miracoli, che proprio di miracoli non ne fa, perché a porta vuota era più difficile colpire il palo che fare gol. Il Città di Varese si fa arrembante negli ultimi minuti ma Banfi (sempre lui) scivola al momento del tiro a due passi dal portiere. Da segnalare anche un gol del Città di Varese, annullato per fuorigioco. I nostri restano terzi in classifica, insieme al Vado (53 punti), lontanissimo il primo, cioè l'Alcione (65), secondo il Chisola (59).
Interessante terzo tempo, con la partita (nel campetto adiacente allo stadio) fra l'ADP Vharese e il Centro Gulliver (foto).

Rimmel


 

Interessante incontro ieri pomeriggio, nell'ambito della Primavera della cultura del Premio Chiara. E' arrivata a Varese Beatrice Mautino, divulgatrice scientifica e saggista, che ha presentato il suo libro 'La scienza dei cosmetici' (Gribaudo). La Sala Ambrosoli a Villa Recalcati era affollata, ovviamente soprattutto dal pubblico femminile. Introdotta da Bambi Lazzati, intervistata dal giornalista e scrittore Marco Linari, la Mautino ha sviluppato il tema, così sintetizzato nella locandina: "Ogni giorno applichiamo sulla nostra pelle saponi, tonici, mascara, rossetti, creme di bellezza, solari, idratanti...E ogni giorno il marketing ci propone nuovi prodotti 'miracolosi', magari al tempo stesso 'sostenibili' e 'green'..." 

sabato 16 marzo 2024

Sala Morselli e posteggi


 


A differenza del solito, il mio nuovo romanzo sarà presentato sabato 23 marzo, ore 16.30, non in Salone Estense ma lì vicino, cioè in sala Morselli (primo piano, entrata dalla Civica Biblioteca di via Sacco). Lo so, fate bene a lamentarvi, c'è il problema del posteggio. Soprattutto in caso di bel tempo, il sabato pomeriggio Varese centro si riempie. Il posteggio di via Verdi (vicinissimo alla biblioteca) potrebbe essere al completo. C'è però ampio posteggio multipiano in via Sempione (quattro passi a piedi), oppure posteggi zona verde (0.80 euro all'ora) in via Monviso e vie adiacenti, sempre prossimi alla biblioteca.