giovedì 9 ottobre 2025

Onoranze funebri Zanzi


 
Scopro da un giornale online che le Onoranze Funebri Zanzi in questo 2025 compiono cent'anni di attività. Perché ne parlo? Perché spesso, soprattutto anni fa, capitava che mi chiedessero: "Ma tu sei per caso parente degli Zanzi pompe funebri?" Ed io a rispondere che no, non ero loro parente. E in quella domanda il solito sorrisetto, che tocca a chi sceglie questo genere di impresa lavorativa, nobile, essenziale, mai in crisi, eppure non sempre stimata, salvo poi doversi rivolgere a loro, quando arriva il momento. Non basta massaggiarsi le palle per non morire: questo è lapalissiano! 

A tal proposito scrissi anni fa un raccontino che qui ripropongo. Ben riassume il mio vissuto su questo argomento.



LA GARDENIA

Ai funerali di Marco, nella piccola chiesa di Cartabbia, non erano avanzati posti a sedere, e neppure sul ristretto sagrato vi erano spazi liberi. Anche la viuzza in salita che portava alla chiesa era stipata di gente e di preghiere. Centinaia di persone e tutte -eccetto quattro- sapevano il perché di quell’affollamento, di quelle lacrime e il perché di due fatti davvero insoliti. Il primo: i quattro inservienti delle onoranze funebri, i trasportatori della bara, portavano all’occhiello della giacca nera una gardenia, una macchia bianca e profumata che stonava con le usanze dei funerali, essendo la bella gardenia il fiore dello sposo, il profumo dei matrimoni. Il secondo fatto: i quattro, pur potendo disporre di un’auto di lusso, lunga, infiorata, compresa nel prezzo di quelle esequie, avevano preso Marco e il suo legno sulle spalle e si erano incamminati in discesa, verso il lontano cimitero fra i campi, a metà fra Cartabbia e Capolago.

“Perché le gardenie e il cammino?” mi chiese uno dei quattro che non lo sapeva.

Cercai di rispondergli in poche parole.

“Il signor Marco era andato in pensione da un anno, dopo una vita laboriosa. Solo e in buona salute, aveva steso un lungo elenco di ciò che avrebbe voluto fare quando era al lavoro e non era riuscito a realizzare, perché gran lavoratore. Aveva rinviato ogni attività con la frase ricorrente (lo farò quando sarò in pensione) pregustando quel tempo benedetto. Ma non basta aver messo in elenco una sequenza di attività, bisogna avere voglia di farle. E Marco quel piacere non era stato capace di trovarlo, precipitando nel pozzo nero della depressione. Un solo pensiero: la morte. Immaginata, sempre più vicina, temuta, imbellettata eppure dall’aspetto molto sgradevole: si sforzava di scacciarla, di vivere ma l’infelice tornava col suo ghigno e la sua falce. La mattina che pensò al luogo adatto, magari anche il campanile della chiesa di Cartabbia, il suo paese, per zittire la morte morendo in un volo e in un tonfo, pensò con l’intuizione del disperato che alla morte avrebbe dovuto avvicinarsi ancor più, per servirla, rabbonirla, ingraziarsela. Per questo aveva chiesto di essere assunto alle Onoranze funebri di un paese vicino al suo, ed era stato accontentato. Ma un solo padrone non gli bastava, avanzava del tempo. Ne cercò un altro e un altro, sino a riempirsi la giornata. Cominciò quasi subito con le richieste: perché l’abito nero? Il defunto meritava più luce, orizzonti di speranza. Propose l’abito bianco ma nessuno dei suoi principali lo accettò. Alcuni persino si rifiutarono la gardenia all’occhiello, altri accettarono la sua stravaganza, perché si erano accorti che davvero Marco ci teneva a quel fiore. Poi insistette perché la cassa venisse portata sulle spalle e non a passeggio con facilitatori a rotelle: era segno di rispetto per il defunto, un minimo di sofferenze per chi aveva molto sofferto, cedendo infine allo strapotere della fine, lasciandosi andare nelle braccia di sorella morte. Ecco il perché della gardenia e del cammino verso il camposanto. Ma non è finita. Marco non era come gli altri becchini, scusate, no, i becchini sono coloro che seppelliscono il defunto, non è in ogni caso un bel termine ma men che meno va usato per chi trasporta la cassa dall’auto alla chiesa, dalla chiesa all’auto. Marco aveva coniato il neologismo: fratelli dell’ultimo viaggio. Mentre gli altri fratelli dell’estremo viaggio attendevano la fine della cerimonia funebre sul sagrato, in qualche bar, fumandosi una sigaretta, dialogando fra loro mai di morte, Marco sostava in chiesa, assisteva al funerale, pregava il suo Dio, non precisamente il Dio cristiano ma più in generale quel Dio che lo aveva aiutato a superare la depressione, ad avvicinarsi alla morte temendola ma con rispetto, senza terrore. Pregava Dio e insieme pregava per il morto, immaginava la sua vita, il suo soffrire, le sue ultime parole, i suoi occhi spersi che vagavano verso un perché insondabile, irrisolvibile. Sentiva per quell’uomo o quella donna una commozione sincera, spontanea, che diventava lacrime e rabbia se era morto un bambino, un giovane. Perché sono così informato su di lui? Perché Marco questa sua nuova vita la raccontava, in ogni occasione, invitando gentilmente a non fare corna, a non toccarsi gli attributi o toccar ferro al passaggio dei funerali, consigliando di pensare alla morte per tempo, di vivere la morte, di prenderla in simpatia, chiusura necessaria dell’esistere. “Se non ci fosse la morte, qui non ci staremmo tutti: mi pare ovvio” e gli altri non potevano dargli torto. Una cosa non l’ha mai detta, si è saputa solo dopo la sua fine: tutto ciò che guadagnava come fratello dell’ultimo viaggio, e anche parte della pensione, erano destinate alla beneficienza. Marco ha lavorato sino all’ultimo, magro, stanco, sconfitto eppure mai più depresso. La gente, la gente semplice, di paese, ma anche qualcuno di quelli meno semplici, più intellettuali, più complicati hanno preso in simpatia quest’uomo e oggi sono qui, in tanti, come avete potuto notare. E ora lasciatemi andare, voglio seguire il corteo.”  

 


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