A tal proposito scrissi anni fa un raccontino che qui ripropongo. Ben riassume il mio vissuto su questo argomento.
LA
GARDENIA
Ai funerali di Marco, nella piccola chiesa di Cartabbia, non erano avanzati posti a sedere, e neppure sul ristretto sagrato vi erano spazi liberi. Anche la viuzza in salita che portava alla chiesa era stipata di gente e di preghiere. Centinaia di persone e tutte -eccetto quattro- sapevano il perché di quell’affollamento, di quelle lacrime e il perché di due fatti davvero insoliti. Il primo: i quattro inservienti delle onoranze funebri, i trasportatori della bara, portavano all’occhiello della giacca nera una gardenia, una macchia bianca e profumata che stonava con le usanze dei funerali, essendo la bella gardenia il fiore dello sposo, il profumo dei matrimoni. Il secondo fatto: i quattro, pur potendo disporre di un’auto di lusso, lunga, infiorata, compresa nel prezzo di quelle esequie, avevano preso Marco e il suo legno sulle spalle e si erano incamminati in discesa, verso il lontano cimitero fra i campi, a metà fra Cartabbia e Capolago.
“Perché
le gardenie e il cammino?” mi chiese uno dei quattro che non lo sapeva.
Cercai
di rispondergli in poche parole.
“Il
signor Marco era andato in pensione da un anno, dopo una vita laboriosa. Solo e
in buona salute, aveva steso un lungo elenco di ciò che avrebbe voluto fare
quando era al lavoro e non era riuscito a realizzare, perché gran lavoratore.
Aveva rinviato ogni attività con la frase ricorrente (lo farò quando sarò in
pensione) pregustando quel tempo benedetto. Ma non basta aver messo in elenco una
sequenza di attività, bisogna avere voglia di farle. E Marco quel piacere non
era stato capace di trovarlo, precipitando nel pozzo nero della depressione. Un
solo pensiero: la morte. Immaginata, sempre più vicina, temuta, imbellettata
eppure dall’aspetto molto sgradevole: si sforzava di scacciarla, di vivere ma l’infelice
tornava col suo ghigno e la sua falce. La mattina che pensò al luogo adatto,
magari anche il campanile della chiesa di Cartabbia, il suo paese, per zittire
la morte morendo in un volo e in un tonfo, pensò con l’intuizione del disperato
che alla morte avrebbe dovuto avvicinarsi ancor più, per servirla, rabbonirla,
ingraziarsela. Per questo aveva chiesto di essere assunto alle Onoranze funebri
di un paese vicino al suo, ed era stato accontentato. Ma un solo padrone non
gli bastava, avanzava del tempo. Ne cercò un altro e un altro, sino a riempirsi
la giornata. Cominciò quasi subito con le richieste: perché l’abito nero? Il
defunto meritava più luce, orizzonti di speranza. Propose l’abito bianco ma
nessuno dei suoi principali lo accettò. Alcuni persino si rifiutarono la
gardenia all’occhiello, altri accettarono la sua stravaganza, perché si erano
accorti che davvero Marco ci teneva a quel fiore. Poi insistette perché la
cassa venisse portata sulle spalle e non a passeggio con facilitatori a
rotelle: era segno di rispetto per il defunto, un minimo di sofferenze per chi
aveva molto sofferto, cedendo infine allo strapotere della fine, lasciandosi
andare nelle braccia di sorella morte. Ecco il perché della gardenia e del
cammino verso il camposanto. Ma non è finita. Marco non era come gli altri
becchini, scusate, no, i becchini sono coloro che seppelliscono il defunto, non
è in ogni caso un bel termine ma men che meno va usato per chi trasporta la cassa
dall’auto alla chiesa, dalla chiesa all’auto. Marco aveva coniato il neologismo:
fratelli dell’ultimo viaggio. Mentre gli altri fratelli dell’estremo viaggio
attendevano la fine della cerimonia funebre sul sagrato, in qualche bar,
fumandosi una sigaretta, dialogando fra loro mai di morte, Marco sostava in
chiesa, assisteva al funerale, pregava il suo Dio, non precisamente il Dio
cristiano ma più in generale quel Dio che lo aveva aiutato a superare la
depressione, ad avvicinarsi alla morte temendola ma con rispetto, senza
terrore. Pregava Dio e insieme pregava per il morto, immaginava la sua vita, il
suo soffrire, le sue ultime parole, i suoi occhi spersi che vagavano verso un
perché insondabile, irrisolvibile. Sentiva per quell’uomo o quella donna una
commozione sincera, spontanea, che diventava lacrime e rabbia se era morto un
bambino, un giovane. Perché sono così informato su di lui? Perché Marco questa
sua nuova vita la raccontava, in ogni occasione, invitando gentilmente a non
fare corna, a non toccarsi gli attributi o toccar ferro al passaggio dei
funerali, consigliando di pensare alla morte per tempo, di vivere la morte, di
prenderla in simpatia, chiusura necessaria dell’esistere. “Se non ci fosse la
morte, qui non ci staremmo tutti: mi pare ovvio” e gli altri non potevano
dargli torto. Una cosa non l’ha mai detta, si è saputa solo dopo la sua fine:
tutto ciò che guadagnava come fratello dell’ultimo viaggio, e anche parte della
pensione, erano destinate alla beneficienza. Marco ha lavorato sino all’ultimo,
magro, stanco, sconfitto eppure mai più depresso. La gente, la gente semplice,
di paese, ma anche qualcuno di quelli meno semplici, più intellettuali, più
complicati hanno preso in simpatia quest’uomo e oggi sono qui, in tanti, come
avete potuto notare. E ora lasciatemi andare, voglio seguire il corteo.”

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