Felice compleanno al mio ex alunno Federico Bonoldi, eccellente violinista.
venerdì 27 marzo 2026
giovedì 26 marzo 2026
Corso di dialetto bosino
Lidia Munaretti e Antonio Borgato sono fra i massimi esperti varesini di dialetto bosino. Ben venga il loro secondo corso di dialetto, sponsorizzato dalla Famiglia Bosina. Ci sono ancora alcuni posti liberi. Per entrare nei dettagli e compilare il modulo di iscrizione, vedere il sito www.famigliabosina.it
Il primo corso ha avuto ottimi riscontri e soddisfazione da parte dei partecipanti. E alùra, l'è temp da cugnòss ul nostar bel dialètt!
First Zanzi's half marathon
A 26 anni dalla mia prima, e unica, mezza maratona di corsa (Malta, 2000, vedi foto), in vista dei miei settant'anni, ho organizzato la Prima mezza maratona Zanzi del lago di Varese. Vorrei riuscire a correre ancora i 21 km. Chi vuole farmi compagnia correndo con me (o anche più veloce, più lento sarà difficile) può trovarsi sabato 4 aprile 2026, ore 15, piscina della Schiranna. Correremo sulla pista ciclabile, 10,5 km verso Cassinetta di Biandronno e ritorno alla Schiranna. Nessuna tassa di iscrizione, nessun certificato medico, solo un po' di voglia di correre. Si accetta solo gente allenata: una mezza non si improvvisa. Chi non è allenato cominci a farlo, così parteciperà il prossimo anno!
Il mio intervento
Incontro
di giovedì 26 marzo 2026 in Sala Morselli
Titolo:
Carlo Zanzi – 40 anni in 40 libri
Quattro
decenni di scrittura fra giornalismo, narrativa e poesia
Dal
diario ‘A mamma Ines’ (1985) al romanzo ‘Corpi imperfetti’ (2025), l’autore
varesino ha pubblicato oltre quaranta libri, e desidera raccontare ai suoi
lettori questo coinvolgente viaggio, una maratona letteraria fra realtà e
fantasia. E’ previsto un momento musicale
Ho pensato: ‘Questa volta vorrei
riuscire a dire qualcosa di intelligente. Poi ho pensato ad una frase di Dan
Peterson, allenatore di basket: ‘Non fare una cosa stupida è come fare una cosa
intelligente.’ Quindi non farò la stupidaggine di fingere di essere
intelligente, e farò come sempre, senza andare a braccio, che non è il mio
forte.
Stasera non farò l’elenco dei miei
oltre 40 libri pubblicati, con relativa spiegazione. Mi soffermerò solo su
alcuni, dividendo la mia avventura letteraria in quattro sezioni.
In estrema sintesi direi così:
scrivere mi veniva naturale. Ho iniziato con le lettere e i diari. Nessuna ambizione
di inventare, di creare storie di fantasia. Amavo più che altro lo sport.
Tenevo un diario segreto scritto durante le medie, non troppo segreto visto che
mia madre lo scoprì, mi arrabbiai, smisi di scrivere. Purtroppo quel diario non
lo trovo più. Qualche poesia per ridere, sul diario del liceo. Lettere ad amici
di penna, molte a Carla, la mia futura moglie. Poi il diario dopo la morte di
mia mamma. E poi il diario dopo la nascita di Valentina, la mia prima figlia.
La pubblicazione di ‘Papà a tempo pieno’, con una Casa Editrice di livello
nazionale, è stata come una voce potente che mi diceva: ‘Bravo, scrivi, hai
le doti. Questo ti permetterà di supplire al tuo rinchiuderti in te stesso, al
tuo silenzio, al tuo essere orso, come dice tua mamma. Potrai comunicare in
questo modo. E poi sarai famoso. Guadagnerai, soprattutto in considerazione e
poi anche in soldi.’
Via, sono partito….e non mi sono
ancora fermato.
-
Foto degli inizi
Era l’estate del 1967. Mentre chi
era nato durante la Seconda Guerra Mondiale o subito dopo si stava preparando
al Sessantotto, e il mio quaderno con i temi di 5^ elementare girava fra i
parenti, io ero in Colonia a Gatteo a Mare e, su ordine delle suore, nel primo
pomeriggio, invidiato dai miei compagni, anziché fare il sonnellino scrivevo il
diario delle giornate in colonia. Morivano gli anni Sessanta, io avevo due
passioni: lo sport e la pesca. Non certo la scrittura. Però i miei primi pezzi
giornalistici li scrissi proprio agli inizi degli anni Settanta, ‘Andiamo a
pesca’, sul Bivacco, periodico dell’oratorio di Biumo Inferiore. Arrivarono gli
anni di piombo e per me il liceo classico, scelto perché, forse, avevo la vaga
idea che avrei fatto il giornalista. Ma non amavo né leggere né scrivere.
Mentre l’Italia si avviava mestamente verso la tragedia degli anni di piombo,
io sognavo le ragazze e le Olimpiadi. E quando si trattò di scegliere fra il
giornalismo e la carriera di insegnante di ginnastica, scelsi la seconda: più
comoda, più immediata, meno faticosa. Per anni dimenticai la scrittura, salvo
qualche lettera ad amici di penna e poi le molte lettere alla mia ragazza,
soprattutto nel tempo del militare. Furono due eventi, uno lieto e una triste,
a far emergere la mia tendenza al silenzio della parola orale, all’insorgere
della parola scritta: l’amore per la donna che avrei sposato e la morte di mia
mamma Ines, quando gli anni Ottanta erano ormai a metà. Lettere, diari,
cronaca, perché si fissassero i miei ricordi, i miei vissuti. Così è nato il
mio primo libro, ‘A mamma Ines’, stampato in 5 copie casalinghe e distribuito
ai miei fratelli e a mio padre. Era il dicembre 1985.
Ma ci è voluto il terzo colpo al
cuore, la nascita di Valentina, la mia prima figlia, per dare l’avvio
definitivo alla mia passione per la scrittura. Ricordo quel tempo come un
periodo di entusiasmi e di notti insonni, di fatiche e di gioie potenti, di
emozioni e di esperienze nuovissime, che non volevo sprecare, e così scrivevo,
per me, ma già con la speranza che altri potessero leggere, perché ciò che
stavo vivendo non erano banalità. Le edizioni Paoline, pubblicandomi ‘Papà a
tempo pieno’, mi hanno regalato carica aggiuntiva e illusioni, facendomi
addirittura credere che fossi un bravo scrittore, parola che -ammettiamolo-
ancora oggi ha il suo fascino. Certamente lo aveva per me. Mi vedevo ricco e
famoso. Soprattutto la fama mi interessava.
Ho cominciato a scrivere di tutto,
senza più freni, ispirato, invaghito per l’accesso ad un mondo (gli editori,
gli scrittori, i giornalisti, i poeti) che ben poco conoscevo. Un mondo che
imparai negli anni a conoscere, un mondo dove l’oro luccica ma non è tutto oro
quello che luccica, dove è facile sentirsi diversi ma più bravi, non
superficiali e illuminati. Un mondo dove chi pubblica un libro, solo per il
fatto di averlo pubblicato, si sente su un piedistallo. Poco importa il valore
del libro, tanto chi lo pubblica pensa che sia senz’altro di valore.
Dividerei i miei 40 anni di
scrittura in quattro settori:
Giornalismo: lasciato il Bivacco
iniziai a collaborare al settimanale ‘Luce’ (dalla fine degli anni Ottanta) e
al quotidiano ‘La Prealpina’, quasi un secondo lavoro, scrivendo di tutto,
persino corsivi, che poi raccoglievo e pubblicavo in volumi, con foto di Carlo
Meazza. Grazie al giornalismo ho conosciuto la città, la politica, la vita
culturale di Varese (e non solo quella ecclesiale, che invece conoscevo già bene),
personaggi interessanti. Ho avuto modo anche di sfruttare la mia passione per
la fotografia e oggi, con il blog (nato nel 2007) porto avanti ancora questo
doppio binario: testi e foto. Uno stimolo a continuare mi veniva anche dal
giudizio positivo degli addetti ai lavori. Qui voglio ringraziare (mi sentirà
da lassù) Pierfausto Vedani, che aveva per me parole incoraggianti. Mi diede
parere positivo anche sul libro su Maroni.
Libri su commissione: e questo
grazie soprattutto all’editore Pietro Macchione, che mi ha coinvolto sin dal
suo nascere, a metà degli anni Novanta, nei progetti della sua casa editrice,
invogliandomi a scrivere libri di storia locale, e poi l’Agenda Varese
eccetera. Forse qui ho commesso un errore, avrei dovuto puntare solo sulla
narrativa, fare una scelta, ma ero troppo ingolosito dalla pubblicazione.
L’uscita di un nuovo libro è sempre una bella soddisfazione. O forse ho fatto
bene così. Se mi fossi dedicato solo alla narrativa avrei accumulato delusioni,
mi sarei depresso….Non lo si può sapere. Ormai il treno è passato, il salto di
qualità non è avvenuto e mi accontento.
Narrativa: è senz’altro il capitolo
che amo di più, e il solo che porto avanti attualmente: romanzi e racconti. A
partire dal romanzo ‘La Comune di Barbara’ del 1989, uscito quando stava
cadendo il muro di Berlino, ho pubblicato sedici libri fra romanzi, racconti
lunghi (oltre 100 pagine) brevi e brevissimi. Ho scritto quasi 200 racconti e
11 romanzi. A parte il parere favorevole, ma soprattutto di amici e quindi non
sempre credibile, devo molto a due scrittori, Mario Spinella e Gino Montesanto,
che mi hanno invogliato a continuare con la scrittura, soprattutto con la
narrativa, quando avevo molti dubbi.
Poesia: nel 1988 ho pubblicato un
libro di poesie in lingua italiana (Un anno), mentre quasi tutte le mie poesie
in dialetto sono contenuto in ‘Valzer par Varés’. Fabrizio De Andrè diceva:
‘Sino a 18 anni tutti scrivono poesie. Poi continuano solo due categorie: i
poeti e i cretini.’ Per non correre il rischio di essere giudicato un cretino,
dirò che mi sento poeta solo in rarissimi casi, su ispirazione del momento, e
che qualche risultato accettabile credo di averlo ottenuto.
MI soffermo ancora un attimo sulla
narrativa, che è il genere che preferisco.
Definisco la mia prosa, come forma,
molto semplice, giornalistica, frasi brevi, dialoghi serrati, un po’
telegrafica. Direi che la mia prosa è in bianco, con l’olio, non riccamente
condita con sughi appetitosi. Non punto molto sulla forma. Come contenuti la
definirei un realismo spinto, crudo, senza belletti. Un lettore ha definito il
mio ultimo romanzo, ‘Corpi imperfetti’ (almeno per ciò che riguarda il
personaggio dell’anziano) un romanzo ‘feroce’. A parte ‘Luzine’, dove si cerca
di descrivere anche l’evoluzione di un popolo, in genere trovo già molto
difficile sostare sull’individuo, sul rapporto di coppia, sulla famiglia, sui
figli.
Temi principali: Dio, l’amore, la
natura, lo sport, la sofferenza, la morte. I temi di sempre. Questo vale anche
per la poesia.
Credo di avere qualche numero in
più nei racconti, soprattutto in quelli brevi, che nei romanzi. Anche se i miei
romanzi sono forse più vicini a racconti lunghi, non superando mai le duecento
pagine.
Domande:
Mi scusi, da una sua recente
intervista ad una tele locale afferma di avere pochi lettori, fedeli ma pochi.
Le chiedo: pochi lettori, che a breve dimenticheranno ciò che hanno letto…Non
le pare di sprecare il suo tempo prezioso con la scrittura?
Amico caro, in effetti soprattutto
all’inizio, quando avevo molto meno tempo libero di adesso che sono in
pensione, molto meno tempo da sprecare, mi sono fatto spesso questa domanda.
Qui parliamo soprattutto di romanzi e racconti. Scrivo per essere letto, ma
scrivo anche per me. Nei miei primi romanzi pensavo di utilizzare la scrittura
anche come modo per testimoniare la mia fede in Dio, poi la fede è calata ed è
venuto meno questo aspetto.
Sono passato dall’illusione alla
delusione all’accettazione alla consapevolezza…il mio sguardo sul me stesso
scrittore è assai benevolo, attualmente ringrazio di avere comunque qualche
lettore. E non si pone più il problema della perdita di tempo. E’ vero, mi
mancano pochi anni da vivere ma ovviamente non credo di cambiare il mondo con
la mia scrittura, ho tanto tempo libero e fra le tante cose che faccio un po’
di tempo per scrivere ci sta.
Domanda: ‘Hai detto poco fa che il
tuo è un realismo spinto. Avendo letto soprattutto i tuoi ultimi romanzi, mi
pare di poter dire che è spinto anche sul versante del sesso. Non credi che il
sesso sia sopravvalutato? E anche sfruttato dagli scrittori per vendere qualche
copia in più?
Risposta: Credo che il sesso sia un
aspetto importante della nostra vita. Credo anche che se i maschi lo
sopravvalutano, le femmine lo sottostimano, ma ciò dipende da fattori ormonali
più che culturali. Questo squilibrio fra uomo e donna genera non poche
incomprensioni, rotture, tradimenti, amori che parevano incrollabili ed eterni
finiscono. Essendo un maschio, quindi portato per natura a valorizzare questa
espressione di intimità, questa occasione di piacere comune (nonché forza
generante nuove vite), allora ne parlo, anzi, ne scrivo. Descrivere il sesso è
arte rara, so di addentrarmi ogni volta in un campo minato, infatti ora sono
più prudente di un tempo, ma lo stesso non lo evito. Del sesso si dice: ‘C’è
chi lo fa e chi ne parla’. Non vorrei che qualcuno pensasse: ‘Ecco, questo
scrittore non lo fa ma lo descrive!’
PIGIAMA
Vuoto di te abbraccio il tuo
pigiama,
sa di carne, di sogni, di profumo
e del gesto invitante di spogliarsi
e della bella mano che lo sveste
e del modesto volo verso me.
LA LEGGEREZZA
E mi raccontava che quella frase era
diventato il suo ritornello. Una frase di Italo Calvino, qualcosa sulla
leggerezza, che bisognava prendere la vita con leggerezza, che non era
superficialità ma un planare sulle cose dall’alto, privi di macigni nel cuore.
Quella citazione lo illuminava, lo alleggeriva.
“E basta con Calvino” diceva sbuffando
la moglie. “Ho capito…Beato te che non hai macigni nel cuore.”
“Non è esatto!” le rispondeva. “Cerco
di spezzarli, frantumarli come si fa per i calcoli ai reni. Qui non si beve
acqua, si eliminano zavorre.”
“Tipo?”
“I sensi di colpa…”
Si era messo a scrutare il cielo. Un
giorno le disse: “Voglio prendere il brevetto di pilota d’aliante.”
“Questa poi…”
“Gli alianti sono leggeri, sono meno
rischiosi degli aerei a motore. Se il motore va in stallo vieni giù, con gli
alianti è impossibile.”
“Perché?”
“Perché il motore non ce l’hanno.”
Adele, la moglie, restò sbalordita
vedendo il marito iscriversi al corso, frequentarlo, meritarsi il brevetto e
volteggiare in aria bucando le nuvole, facendo il pelo alle cime delle Prealpi.
Era un’altra persona, tornava dai voli con un sorriso contagioso. Planava
leggero sopra la vita di tutti i giorni non come chi è fuggito e spera di
ripartire, ma come chi là in alto ha trovato motivazioni per stare bene anche
in basso.
Ma la vita può essere una carezza o
una sberla, cioè accarezza e prende a pugni. Il pilota finì con l’aliante
contro i tronchi e le frasche della pineta sotto l’Osservatorio del Campo dei
Fiori. Non morì. Lo fecero accomodare su una carrozzina, dove il suo corpo
divenne pesante, opprimente sul culo e sulla schiena. Una sofferenza che durò
poco, qualche mese: se ne andò dal proscenio dei vivi stringendo e accarezzando
la mano di Adele.
Posso testimoniare che questa storia è
vera perché, oltre alla cronaca che si può leggere sul giornale locale, la
vedova è diventata da un anno la mia compagna e non si fa scrupolo di
raccontarmela, sin nei particolari.
Quando facciamo l’amore mi sento
leggero. Forse non è la leggerezza di Calvino, forse la mia è macchiata di
superficialità. Ma dopo, quando l’estasi è finita, vedo il pilota.
Puntualmente. Un sasso mi entra dentro e mi opprime. Allora bevo un sorso d’acqua,
penso al grosso calcolo da espellere, mi giro sul fianco e abbraccio
Adele.
UN BUON INIZIO
Sono in auto, in discesa dai Ronchi
verso il lago, devo accompagnare alla scuola materna mia nipote Sara che ha
quattro anni, è dietro di me sul seggiolino, so che incontrerò traffico sulla
lacuale, sono le otto e quindici, la gente va al lavoro e senz’altro ha più
fretta di me, io sono felicemente pensionato quindi posso guidare rilassato e
ascoltare Radio Monte Carlo che ora propone l’ultimo successo di Laura Pausini,
‘Un buon inizio’, canzone che mi soddisfa ma volete mettere sentirla con una
nipotina alle spalle che apre i suoi occhi nuovi al mondo e guarda verso le
auto e la vegetazione come chi ha tutto
da scoprire? Infatti metto in rima musica e parole a chi sta accucciata sul
sedile posteriore, ‘Tu lo sai dove va la vita senza il coraggio…’ e
penso al coraggio di due genitori nel mettere al mondo un figlio, un coraggio
benefico, un coraggio miracoloso e salvifico, vitale e indispensabile, ‘…quando
ci metto l’anima e poi mi perdo d’animo…’ e penso al fiato che manca quando
si diventa genitori e si guarda un figlio che sta male, e intanto cominciano a
lucidarsi i miei occhi e sale quel brivido interno che qualcuno chiama
commozione, ‘…in mezzo a questo rumore, dentro un milione di strade…’ ma
il rumore di fuori non lo sento, non percepisco la rabbia di qualche guidatore
in coda che non capisce e impreca e ha anche ragione, invece io sono un
privilegiato e posso concentrarmi sulla musica, sulle parole e sul respiro di Sara,
che non sento e so che c’è, perché lei esiste e dice: “Nonno, lo sai che questa
canzone la conosce anche la mia amica Ambra?”.
“La tua amica Ambra? Ma che bello! E a
te piace?”
“Sì.”
Sono alla rotonda, svolto per
Capolago, sfioro il camposanto ma non penso alla morte, cioè per un istante mi
appare nel segno della croce che disegno per abitudine ma il mio sguardo
stamani scappa dall’altra parte, ai campi verdi di primavera, non al Rosa
perché è coperto dalle nuvole ma so che là attaccato all’orizzonte c’è il Rosa
e lo ringrazio e quasi piango ma mi trattengo.
L’auto si inclina sulla salita di
Cartabbia e penso: ‘Che bell’inizio!’
Pensierino della sera: Mi vengono
naturale i paragoni sportivi, quindi immagino la mia avventura letteraria come
una maratona. Quaranta chilometri li ho già corsi, me ne mancano ancora due e
195 metri. Avendo corso due maratone nel 1999, so bene che non ci si ferma agli
ultimi due chilometri, anche se si è stanchi morti. Quindi andrò avanti sino al
traguardo.
Occhi e anima
La fotografa varesina Nicoletta Macchi ha voluto lasciare un ricordo della sua presenza ieri, al mio incontro '40 anni in 40 libri', con questo scatto e la citazione: 'L'artista deve esercitare non solo i suoi occhi ma anche la sua anima' (Kandinsky)
Più tenaci del vento impetuoso
Nuovo ingresso biblioteca
Causa vento forte, i Giardini Estensi sono chiusi. L'ingresso in biblioteca, per l'incontro di stasera, è dal terzo portone di via Sacco, zona Ufficio Protocollo.
Spinti dal vento
Amici, spero che il vento capriccioso di oggi non vi spinga in casa, ma vi sospinga verso la Civica Biblioteca di Varese. E poi (ore 18) in genere in serata il vento si placa.
mercoledì 25 marzo 2026
Il potere del titolo
Questo a mio avviso è un titolo azzeccato. Fa venir voglia di acquistare il libro, anche se uno non ha un forte interesse per l'argomento. Invoglia, stuzzica, incuriosisce...Ecco il potere di un titolo.
martedì 24 marzo 2026
Sara e Luca sul Gruppo dei Campelli
Inizio ufficiale della stagione alpinistica per la mia amica Sara Bianchi. Con la guida Luca Moroni, Sara ha affrontato una via di misto sul Gruppo dei Campelli in Valsassina. Una via aperta in gennaio, 'Atmosphere', assai impegnativa anche per via del meteo non proprio ideale (nubi e neve). Vetta raggiunta, discesa per il Canale della Madonna, molta neve fresca, fatica ma anche grande soddisfazione.
lunedì 23 marzo 2026
La Pallacanestro Varese come Pompei
Ieri, domenica 22 marzo, la Pallacanestro Varese è morta soffocata e quindi impietrita sotto il fuoco, i lapilli e le ceneri bollenti del Vesuvio eruttante. Una sconfitta, quella di Napoli, fra le più umilianti nella storia lunga 80 anni del basket varesino: 104-75!!!! Non è andato bene nulla.
La OJM è come una bella donna. Ti illude, ti dà segnali di accoglienza, di benevolenza, addirittura fa promesse più che convincenti poi, lunatica, smentisce, si rabbuia, fa la scontrosa, pretende, fa il broncio, addirittura ti volta le spalle (come ieri) e se ne va. In tal caso la sua bellezza, come per un sortilegio beffardo, diventa bruttezza.
Arrivavamo da tre vittorie consecutive esaltanti.
Poi il tonfo. Ma i play-off sono ancora alla nostra portata.
Forza Varese!
domenica 22 marzo 2026
Apre e chiude il Gozzano
Fondoschiena
Qualcuno dirà: troppo facile! Tadej è fortissimo, ricco, famoso, ha una squadra al suo servizio eccetera eccetera. E' assai avvantaggiato!
Amici miei: Tadej ha tre palle...e forse addirittura quattro!
sabato 21 marzo 2026
Dink(ad)
Posso dire la mia? Provo tristezza.
Inoltre suggerisco un allungamento dell'acronimo: DINK(AD), dove l'AD finale sta per and dog.
giovedì 19 marzo 2026
Il Calandàri all'Anna Frank
Continua il cammino del Calandàri
dra Famiglia Bosina, che ha una meta precisa: farsi conoscere. Perché l’annuario,
pur avendo 71 anni d’età, non ha ancora raggiunto una visibilità degna della
sua storia e dei suoi contenuti. E’ poco noto non solo ai giovani (e sin qui ci
può stare) ma anche ai varesini d’antan. Grazie alla disponibilità della
biblioteca ‘Bruna Brambilla’, che ha sede presso la scuola media Anna Frank
alle Bustecche, Roberto Fassi e Paolo Costa, collaboratori del Calandàri, hanno
organizzato e animato un happy-hour culturale, che si è tenuto giovedì 19 marzo
2026 in via Carnia. Dopo l’introduzione di Lucio Mangiarotti, si è parlato del
Calandàri in generale, della sua storia, dei suoi contenuti, e più nei dettagli
dell’ultimo numero, il 71, quello cioè par ur 2026. Roberto Fassi ha poi
illustrato il suo articolo, con immagini e didascalie, un saggio sulla storica
linea tranviaria Varese-Luino, che per una cinquantina d’anni (i primi 50 del
Novecento prealpino) ha reso avventuroso il tragitto fra i due laghi. Uno spazio è stato riservato anche alla copertina del numero 71, grazie all'intervento della fotografa che ha realizzato le due immagini: Nicoletta Macchi. Presenti
fra gli altri, per la Famiglia Bosina, il regiù Luca Broggini e Mario Zeni. L’aperitivo
culturale si è infine trasformato in aperitivo enogastronomico, grazie ai
volontari Auser (fra gli altri, Rocco Cordì, Elena Pezzullo...), che da anni mantengono viva (e soprattutto aperta) questa biblioteca,
organizzando poi presentazioni di libri ed altri eventi culturali. Perché –
come ha sottolineato Paolo Costa – il Calandàri ha senso solo se aiuta a fare
comunità.
Gli incitamenti di papà Mario
Festa
del papà. Ecco alcuni incitamenti di mio papà Mario (avrebbe compiuto 100 anni
fra due mesi, ma è morto due anni fa), frasi volte ad aumentare la nostra
indipendenza e intraprendenza:
‘Fiö,
fiurèll du la mama, sgandùless! Te fètt pü ‘n quintal, te ghè del ràngess!
Quand te vètt föra di bàll?’
Traduzione:
‘Figlio, figliuolo della mamma, fuori la paglia dal …! Non fai più un quintale,
ti devi arrangiare! Quando vai fuori dalle balle?’
Un
abbraccio a papà Mario.
mercoledì 18 marzo 2026
Per chi ama Varese
Varese è la Città Giardino, ma anche la città del Calandàri dra Famiglia Bosina. Venite a scoprirlo!
martedì 17 marzo 2026
La Danza macabra di Angela Borghi
17.03.2026 Presentazione ‘Fiori
per la danza macabra’ di Angela Borghi
Il mio amore per la
ricostruzione storica mi porta a partire da lontano, dal novembre del 2013, a
Varese. Un mese e un anno per me importanti: il primo novembre nasceva infatti
la mia prima nipotina, Rebecca Zoe. Ero promosso a nonno. Dal Calandàri dra
Famiglia Bosina traggo alcune notizie di quel novembre. Una è tragica, ma
visto che si parla di morti ammazzati anche qui, stasera, allora ci può stare. Il
10 novembre morivano Fabrizio Colombo (50 anni) e i suoi due figli, Luca (14) e
Martino (6), morivano a causa del monossido di carbonio. Il 17 novembre
riceveva il Premio Le parole della musica-Premio Chiara Gianna Nannini. Il 22
novembre ecco i primi fiocchi della stagione 5 cm in città. Infine un’altra
notizia tragica, che vedremo ha a che spartire con il romanzo di stasera:
Franco Picco, saronnese di 57 anni, viene ritrovato il 30 novembre,
galleggiante ma morto, vicino all’isolino Virginia. Ha il giubbino di
salvataggio ma non l’ha salvato. Era uscito per un giro in barca.
Qualche tempo prima di
quel novembre ormai lontano avevo saputo, dal mio amico Pietro Macchione, editore,
che era uscito in luglio il primo romanzo giallo di una nuova autrice varesina,
la dottoressa (nel senso di medico) Angela Borghi. Il nome non mi è parso
affatto nuovo. Sono subito tornato agli anni del liceo classico ‘Cairoli’, fra
il 1970 e il 1975, e a quella ragazza alta, che sapevo ottima giocatrice di
basket. Aveva un anno meno di me. Ho chiesto all’editore, mio amico dagli anni
Novanta, una copia del romanzo, inserito nella collana di Macchione, I GIALLI, e
alla fine di novembre 2013, mi pare il 22, mi sono presentato alla Libreria del
Corso, in corso Matteotti, dove ho rivisto dopo decenni, Angela, in quel suo
esordio presentata al pubblico da Silvia Giovannini e da Pietro Macchione. Ho
scattato qualche foto e scritto una breve recensione sul mio blog ‘Pensieri
& Parole’. Ho preteso una dedica e Angela ha scritto: ‘A Carlo…sperando di
scatenare una passione…per i gialli! Con simpatia Angela.’
Non amavo e non amo i
gialli, ma lessi allora ‘Delitto al Sacro Monte’, ne ricavai una buona
impressione (una storia ambientata a Santa Maria del Monte nel 1598) e da
allora continuai a seguire le evoluzioni letterarie di Borghi. Che, da quel
primo romanzo, non si è più fermata, correndo in contropiede (per stare al
basket), veloce, verso nuove avventure di scrittura. Sempre per Macchione ecco ‘I
misteri del convento di Casbeno’. Cambio di editore, e con Robin ecco altri tre
romanzi: ‘Che domenica bestiale’, ‘La ragazza con il vestito azzurro’, e ‘L’ultimo
goal’, quindi ‘Il destino del gatto’ (Edizioni 0111) e infine l’approdo alla
Morellini, con ‘L’uomo che guarda il lago’ e l’attuale ‘Fiori per la danza
macabra’. Sempre romanzi gialli. E in mezzo tanti racconti, apparsi nelle antologie
‘Delitti di lago’, Nuovi Delitti di lago’, ‘Delitti di lago vol 3 e volume 4’,
sempre editi da Morellini.
Angela Borghi, quindi, a
partire dal 2013, in questi 13 anni è entrata di diritto e per merito nel
novero dei narratori varesini che amano il genere giallo, noir, thriller che
dir si voglia, insieme a Barbara Zanetti, Laura Veroni, Roberta Lucato,
Giancarla Giorgetti, Sergio Cova, Emiliano Bezzon, Patrizia Emilitri…e vorrei
citare anche Andrea Fazioli che, pur essendo di Bellinzona, è molto presente a
Varese, nella squadra del Premio Chiara.
Più di un fattore mi
avvicina ad Angela. Anzitutto lo stesso liceo, poi le due passioni: sport e
scrittura. Non la professione, anche se in verità alla fine del Liceo ero
indeciso fra giornalismo, medicina e insegnate di educazione fisica. Mi vedevo
come medico sportivo ma ho scelto di fare il prof., e successivamente anche il
giornalista, lei il medico internista.
E veniamo finalmente all’ultimo
romanzo, ‘Fiori per la danza macabra’. Anche qui la prenderò alla larga, perché
rispetto alla trama non si può anticipare molto, per non rubare il piacere del
lettore. La prenderò alla larga perché dobbiamo partire dalle già citate
antologie di racconti ‘Delitti di lago’. Grazie a queste, la nostra autrice è
venuta in contatto con Ambretta Sampietro, che coordina le antologie, e con la
casa editrice Morellini. Quando l’editore ha pensato di ampliare questo
concetto di delitti di lago, immaginando una collana di romanzi proprio così
definita, Angela Borghi era già pronta al cancelletto di partenza. Già avvezza
a immaginare storie di lago, con morti, colpevoli e innocenti, si è messa al
lavoro per produrre una storia vicina alle duecento pagine, necessarie per un
romanzo. Ha quindi immaginato i protagonisti. Come la maggior parte dei
narratori, non ha potuto fare a meno di partire da se stessa, dal suo vissuto,
dai suoi luoghi, dalle sue conoscenze. Ecco allora la protagonista femminile,
che – guarda il caso – è un medico, un medico legale che ama correre, un po’
romantica, non troppo razionale, attenta alle sfumature, ai particolari che
paiono insignificanti. Però Angela doveva mettere qualche differenza rispetto a
sé, quindi ovviamente il nome (Teodolinda Caretti detta Teo) e poi lo stato
civile, non sposata ma single, con un fratello, Pietro, che vive con lei. E poi
Borghi è stata facilitata dalla sua residenza, un’abitazione affacciata sul
lago di Varese, sponda sud, non lontano da quel Cazzago Brabbia (dove vive
appunto la Caretti), che sarà il luogo principale del romanzo ‘L’uomo che
guarda il lago’, uscito nel 2024. Quindi Teo è medico legale, per professione
costretta a confrontarsi con la morte, con i cadaveri, ma non si accontenta delle
sue obbligatorie ore di lavoro. Quando il cadavere che deve analizzare e ‘sezionare’
racconta di una storia interessante, misteriosa, allora Teo indaga, cerca di
capire, di immaginare. Inevitabilmente, viene a contatto con chi invece lavora
proprio in questo campo, cioè con la Questura di Varese. Si trattava di trovare
un personaggio maschile adatto a questo ruolo, e poiché Angela Borghi conosce
bene anche un altro pezzo d’Italia, cioè il sud Tirolo, frequentando
abitualmente Bolzano e la Val Badia, ecco lo spunto: perché non un nordico
trasferitosi a Varese per lavoro? Ecco allora comparire, già nel primo delitto
di lago, Arno Brandstatter, commissario. Anch’egli single, scapolo
affascinante, è l’opposto di Teo: razionale, tutto d’un pezzo. Trovati i due
protagonisti, si trattava di scegliere i comprimari, e soprattutto l’intreccio:
il morto, i sospettati eccetera eccetera. Il lago di ‘L’uomo che guarda il lago’
era il nostro specchio d’acqua, Cazzago, Bodio…località che Angela conosce bene
non solo perché ci vive da quelle parti, ma perché spesso corre o pedala sulla
ciclopedonabile.
Già nell’introduzione a
quel primo Delitto di lago, Ambretta Sampietro scriveva: ‘…La coppia Teo-Arno
offre un bel contrappunto, lei decisa, attiva e un po’ impicciona mentre lui è
riflessivo, tenace ma niente gli sfugge. Sarebbe bello ritrovarli alle prese
con un altro caso e chissà se tra loro le cose evolveranno…’
Angela Borghi ha preso
alla lettera quell’augurio, ha voluto dare una seconda possibilità a questa
coppia, ed eccoci finalmente a ‘Fiori per la danza macabra’.
La Borghi raddoppia, non
solo nel senso che scrive il secondo romanzo per Morellini. Raddoppia perché
ora i morti sono due, due giovani donne vicine per età (fra i 20 e i 30), per
colore di capelli (rosso) e per tipo di morte. I loro nomi: Marianna Frattini e
Sabrina Cerutti. Sono due i laghi, quello di Varese ma soprattutto e principalmente
il lago Maggiore, così caro a Piero Chiara e a Vittorio Sereni. Il Maggiore
visto dall’eremo di Santa Caterina del Sasso e da Cerro di Laveno. Però abbiamo
sempre anche Cazzago Brabbia (perché Teo non ha cambiato casa né abitudini,
sempre single, sempre in coabitazione col fratello Pietro, che però si è
fidanzato con Gloria, sempre poco attenta a riempire il frigo, sicché presa dal
lavoro a volte salta la cena o si accontenta di poco).
La storia ruota intorno
anche a due dipinti. L’uno dà il titolo al romanzo, è la danza macabra
raffigurata proprio nel portico nell’eremo di Santa Caterina del Sasso. Si
tratta di una rara e suggestiva testimonianza pittorica tardomedioevale:
abbiamo la morte con la falce, scheletri che danzano con personaggi di diverse
classi sociali, un ‘memento mori’, ricordati che devi morire non raro in quel
periodo storico, dove l’affresco serviva anche da libro per il popolo, un
richiamo alla vigilanza, quando la morte faceva razzia, soprattutto durante le
frequenti pestilenze.
Ma l’altro quadro, ancor
più pertinente con la narrazione, è l’Ophelia di John Everett Millais, pittore
preraffaellita, opera d’arte assai nota, datata 1852, che raffigura la tragica
fine dell’Ofelia di Shakespeare. Ofelia, figlia di Polonia, è innamorata di
Amleto ma è da lui respinta. Questo dolore, unito all’altro per la morte del
padre proprio per mano di Amleto, la condurrà al suicidio. Ebbene, le morti di
Ofelia, Marianna e Sabrina sono simili, almeno per ciò che riguarda l’elemento
liquido.
Angela Borghi non
nasconde di amare l’arte. Ammette di non essere un’esperta, ma un’appassionata
sì, forse memore delle lezioni di Silvio Tron al ‘Cairoli’. Quindi non
sorprende che abbia voluto giocare anche su questi due dipinti, per creare
nuove suggestioni e elementi utili alla sua complessa trama narrativa.
Detto dei protagonisti,
detto dei luoghi stiamo sulla trama. E qui vorrei chiedere ad Angela quale delucidazione
su come è nata, su come si è sviluppata, su quanto fosse già chiara in testa
prima della scrittura, o se i personaggi hanno favorito cambi di direzione,
nuove idee, sviluppi prima non considerati.
Bella la citazione di
Bukowski: ‘Voglio che tu mi dica che tutto è a posto e che i suoi capelli
rosso e oro si scioglieranno ancora sul mio cuscino’.
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