domenica 29 marzo 2026

Cara Fosca


 



Arco Mera, Varese, galleria che porta da corso Matteotti a piazza San Vittore, e viceversa. In genere la si attraversa a testa bassa, o col cellulare in mano, con lo sguardo verso la piazza della basilica o la piazzetta del Podestà e il monumento al Cacciatore delle Alpi. Non si fa molto caso ai tanti nomi incisi sulla parete. Io li osservo spesso, cerco se in fondo alla lista c’è qualche Carlo Zanzi, penso al loro destino, a giovani vite morte per la Patria…o per colpa della Patria. Dopo aver letto il libro ‘Cara Fosca, lettere dal fronte (1940-1943)’, scritto da Rodolfo Nicodemi, passerò dall’Arco Mera e cercherò un nome: Rodolfo Nicodemi. Scatterò una foto.

Rodolfo Nicodemi, scrittore varesino, ha voluto ‘eternare’ sulla carta ciò che è eternato sopra un muro del centro città, e cioè la sorte dello zio che si chiamava come lui (anzi, è lui che si chiama così per ‘colpa’ dello zio). Quale la ‘colpa’ di questo giovane di Varese, classe 1916, figlio di Maria Mascetti e di Silvio Nicodemi, fratello di Fosca e di Bruno, padre dell’altro Rodolfo? Quella di aver fatto il militare nella IV Divisione alpina, Cuneense, Geniere Alpino nella IV Brigata mista del genio, 114° compagnia telegrafisti, e di aver fatto la guerra in Albania, in Grecia, in Russia, senza far più ritorno ai piedi delle Prealpi. Lo videro l’ultima volta il 25 gennaio del 1943, a Nikolajewka.

Il nipote Rodolfo ha avuto il grande merito di onorare la memoria dello sfortunato zio, pubblicando a sue spese le lettere che l’alpino scrisse fra il 1940 e il 1943, dal fronte. Ne scrisse molte, ma solo quelle indirizzate alla sorella Fosca e al nipote Gianpaolo si sono salvate, e ora sono strette in un abbraccio fra due copertine cartonate. Parole semplici, appassionate, grondanti di amor di Patria, di culto per gli Alpini, di certezza che la vittoria avrebbe regalato onore a quei giovani, finiti dentro un sacrificio inimmaginabile, congelati in un freddo disumano, ingannati da quell’etica fascista che ha condotto l’Italia alla rovina.

Avrò modo di riparlare di queste pagine commoventi. Per ora dirò solo che ieri sera, al Palazzetto dello Sport, come sempre prima della partita di basket Varese-Tortona tutti in piedi, per l’Inno Nazionale. Porto sempre rispetto per quelle note, per quelle parole, per quella bandiera, non come un personaggio proprio della mia città che con il tricolore si puliva il culo. Ebbene, in quel momento ho pensato a Rodolfo Nicodemi, con il cappello d’alpino, i piedi freddi nella neve, lo sguardo dentro il biancorossoverde.




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