venerdì 26 giugno 2026

'Paradis' di Rodolfo Nicodemi

 



Rodolfo Nicodemi da lettore vorace ha ampliato il suo campo d’azione, facendosi scrittore. Quando? Giunto il tempo della pensione, momento critico per alcuni, spazio creativo per lui. In pochi anni il varesino di origini milanesi ha fatto tris: ‘Duccio Mucciarelli’ (0111 edizioni, 2023), poi ha vinto il Premio Chiara inediti e Macchione Editore gli ha pubblicato ‘L’estate di San Martino’ (2025), e infine è salito in paradiso con ‘Paradis’ (Tripla E edizioni, 2026). Un romanzo e due raccolte di racconti, una scrittura pulita, educata, uno stile e contenuti narrativi che ricordano uno fra gli autori preferiti di Rodolfo, e cioè Piero Chiara.

Ma stiamo all’ultima creatura, che ha per sottotitolo ‘Amori e malamori all’ombra del Bernascone’. Trovo assai utile riportare qui il testo in quarta di copertina, che spiega molto se non tutto: ‘Varese, 1961. Dietro il cancello del Paradis – tenuta doppia, villa dei Verri e cascinale dei contadini – il giovane sottotenente Romano Vernengo crede di essere arrivato in paradiso. Poi un fatto oscuro (un neonato ritrovato strangolato) incrina la patina elegante. Tra profumo di rose e campane del Bernascone affiora l’altra faccia dell’amore: il malamore. Lina, Giulietta e Vittore trascinano Romano dentro tre storie di gelosia e possesso, dove la rispettabilità borghese si screpola e la provincia mostra i suoi segreti. In un’estate le certezze finiscono: crescere significa scegliere, anche quando fa male.’

Eccezion fatta per il primo racconto, gli altri tre lasciano l’amore più come ipotesi che come realtà vivibile, mentre si concentrano sul malamore, la storpiatura dell’amore, l’eccesso che regala sofferenza e persino la morte. Mi pare banale fare riferimento a recenti fatti di cronaca: da sempre è così. Rodolfo Nicodemi, classe 1950, non certo un ragazzino sebbene non ancora adolescente come narratore, guarda con occhi esperti (allenati dal succedersi degli eventi) le trame amorose, pronto a disilluderci, a metterci in guardia: ‘Io ve l’ho detto, anzi, ve l’ho scritto, e lo scritto rimane.’ Nell’ultimo racconto poi (‘La scatola di latta’), il più lungo dei quattro, quasi un romanzo breve, Nicodemi ci mostra anche la sua capacità di creare suspance, con le indagini del sottotenente Vernengo, il protagonista che attraversa tutte e quattro le storie, sicché si parla sì di raccolta di racconti, ma potrebbe essere benissimo un romanzo unitario.

Si legge fra l'altro nella biografia sull’aletta di copertina: ‘…Rodolfo Nicodemi è un lettore appassionato, si dedica alla scrittura con disciplina quotidiana e racconta persone e luoghi reali in storie plausibili, per custodire la memoria di un’Italia passata…’ Italia passata, quindi anche il dialetto, che lo scrittore utilizza facendo un misto di milanese e bosino, ma è un peccatuccio men che veniale.

Mi sento di augurare a Nicodemi lunga vita narrativa: che dia seguito a questa sua pensione letteraria, ben lontana dalla noia da umarèll.


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