mercoledì 2 marzo 2016
La Vidoletti alla campestre regionale
Già arrivare alla Fase regionale di corsa campestre dei GSS è un successo, e la Vidoletti questo successo lo ha ottenuto, portando quattro ragazze ieri, 1 marzo, a correre sui prati del Parco di Monza. Assente il cavallo di razza Martina Montesi (fra l'altro proprio per colpa di una caduta da cavallo), le ragazze varesine hanno onorato la maglia. 20° posto di squadra (su 29 scuole), con Marta Migliori (che è di seconda media!) 25^, Gloria Venturini 80^, Martina Settimo 106^ e Claudia Casoli 107^. Coach Enrico Piazza.
Bravissime!
martedì 1 marzo 2016
La mia scrittura - 47
Sempre
nel 1996 iniziavo la scrittura di un nuovo romanzo. Stavo vivendo intensamente
l’esperienza di padre di tre ragazze, volevo mettere a frutto anche le
conoscenze che andavo sommando dell’ambiente della politica, del giornalismo.
Ne uscirà un lavoro che, nel corso degli anni, vedrà diverse rivisitazioni e
aggiustamenti. Un vecchio, alla fine dei suoi giorni, rilegge la sua vita.
Partito con il titolo ‘Cronache familiari’, diventerà ‘Il fragile guscio della
notte’ e infine ‘I quaderni dei padri’. Un testo che, riletto oggi, non mi
convince. Ma non convinse nemmeno i pochi editori, forse uno soltanto, che lo
lessero allora. Ora è qui, insieme ad altri miei inediti, nella terra di
nessuno, né carne né pesce, testimone di una pausa nella mia creatività. Dopo
la crescita (riconosciuta da altri, oltre che da me) nei miei primi lavori, ora
lo stile si blocca. Vivo di rendita, ma la rendita rende poco.
Rileggo
oggi, anche con nostalgia, la leggera che mi inviò l’amico Gino Montesanto il
16 gennaio 1997. Lo scrittore romano era ‘stanco’ di raccogliere i miei dubbi,
e un po’ si sfoga:
Senti, caro Carlo, tu
hai qualità di narratore e lo sai. Hai un solo grave difetto: che a
volte ti perdi a moraleggiare. Invece di pensare a dare situazioni, a
descrivere dentro e fuori personaggi, paesaggi, luoghi ti metti a discettare su
motivi che sono estranei alla narrazione. Il tuo protagonista del momento è un
cristiano, un cattolico, un bigotto, un miscredente, un agnostico? Bene, daccelo,
descrivilo, entra dentro di lui con situazioni narrative, con fatti
da raccontare, daccelo nei suoi momenti di crisi e di esaltazione
o di routine ma non moraleggiare mai. (Altro è fare i moralisti e altro la
morale. Chiaro?) Se mi dai ascolto, magari quando sarò morto, scriverai un
testo più bello di tutti gli altri. Ma avrei però piacere di leggerlo io:
quindi, sbrigati! Il romanzo è un orologio: montalo e poi fallo funzionare. Il
racconto è più facile, impegna meno l’ingegneria costruttiva. Ma scrivi e lasciati
andare. Ripeto e smetto: qualità ne hai, non sprecarle. E metti in seconda
fila il motivo ‘missionario’, tanto la tua sensibilità è quel che è e la voglia
di ‘far del bene’ non la perderai! …..Voglio dire: i valori della vita nei
quali credi non potranno non venire fuori anche se non li sbandieri. Devi
soltanto raccontare con passione, con garbo, con rabbia fatti in
cui qualcuno di tali valori si esemplifica, magari a metà, o un pochino
soltanto. O niente. Solo un minimo di abilità a sceglierti protagonista e
antagonista. E adesso basta a fare il pedagogo! Ma mi sono permesso di farlo
ancora, con te, perché, ripeto, le qualità del narratore le hai. Sono qualità,
almeno qui da noi, abbastanza rare e non devi sprecarle. Tanto più che
sei un cristiano e viviamo in un mondo post-cristiano o peggio ancora. Ciao, buon
lavoro, un cordiale saluto.
Tuo
Gino Montesanto
Roma, 16/1797
47-continua
La poesia di Arnaldo
ph carlozanzi
Dissimula
di arnaldo bianchi
Dissimula gli accesi furori per l'ingiustizia del mondo,
raccogli nel grembo, nascondi le pene più chiare;
chi guarda non ama soffrire,
chi soffre preferisce sperare.
E' un nocciolo duro il dolore
verde cupo profondo.
marzo 1985
Dissimula
di arnaldo bianchi
Dissimula gli accesi furori per l'ingiustizia del mondo,
raccogli nel grembo, nascondi le pene più chiare;
chi guarda non ama soffrire,
chi soffre preferisce sperare.
E' un nocciolo duro il dolore
verde cupo profondo.
marzo 1985
Il racconto del mercoledì
ph carlo meazza
Bellezza di cartone
di carlozanzi
Era un pomeriggio d’aprile, cielo azzurro, nuvole
bianchissime sfilacciate, allungate, sfrangiate da un vento risoluto e tiepido.
Metà pomeriggio, una luce forte, gli ultimi petali dei fiori di alberi che non
conosceva volteggiavano prima di finire a terra per essere schiacciati con
noncuranza. Una bellezza maltrattata.
Stava andando dal medico per un dolore sospetto
all’addome ma era in anticipo e procedeva con passo da perditempo. Una zona
mediana fra il centro e la periferia, traffico a far rumore e impestare l’aria,
a disturbare i suoi pensieri senza rigidità di logica, pensieri sguinzagliati
in libertà, immagini che iniziavano e si perdevano, si diluivano in altre
immagini, scatti di intuizione che non completavano il percorso e morivano
dentro ricordi di episodi e ricerche del modo per stare meglio. Più che altro
voleva scacciare l’ansia del terrore che nel profondo del suo addome ci fosse
un cancro. Il vento strappava dal suolo cartacce, polvere, immondizia, agitava
i rami, sollevava capelli ma non dava fastidio. Una giornata d’aprile fatta per
incasellarsi nella primavera.
La vide da lontano, un cartellone
pubblicitario di grosse dimensioni, in bianco e nero, ai piedi del quale
stavano ritti tre giovani con una borsa sportiva appoggiata alla spalla. Si
avvicinò aumentando la lunghezza del passo. Dalla scritta della borsa capì che
si trattava di giovani promesse della squadra di calcio della sua città.
La vide, si fermò, esitò,
attraversò la via dopo aver atteso che la coda di auto glielo permettesse. Era
la pubblicità di una marca di biancheria intima, lei era una bellissima
modella, enorme come quella parete di cartone che la reggeva sdraiata. Si
affiancò ai giovani, uno lo guardò, i tre dopo qualche istante se ne andarono
commentando. Non capì il senso delle loro parole. Restò solo, ammaliato da una
bellezza formidabile, inverosimile, disumana. Una beltà angelica, che lo rapì
facendolo scivolare dentro un’estasi gioiosa. E insieme malinconica: era una
stupenda donna di carta che non avrebbe mai potuto accarezzare, baciare,
abbracciare, possedere. Ma fra la disperazione e le lusinghe della vista le
seconde ebbero il sopravvento.
La guardò con un’attenzione
vorace e romantica: era distesa, in equilibrio sul fianco destro, il braccio
destro si perdeva oltre i margini del cartellone, il braccio sinistro si
allungava adagiato sul corpo, con la mano che cadeva dolcemente sopra la
coscia. Era vestita della sola biancheria intima, nera, reggiseno, mutandine,
lunghe calze scure con reggicalze. Ma delle gambe si vedeva solo l’ultimo
tratto della coscia, non le ginocchia né il resto. Seni né piccoli né grandi,
conformi al suo canone di bellezza. Una coincidenza che lo stupì. Ben lontana
dall’anoressia, la ragazza della pubblicità distava anni luce dall’avere
qualche chilo di troppo: le forme giuste, equilibrate, calibrate al grammo. Era
la sua donna ideale. Se avessero chiesto a lui i parametri e lo avessero
accontentato, non avrebbero ottenuto risultato migliore. E il viso…..lunghi
capelli mori che cadevano dietro le spalle, il volto leggermente reclinato
all’indietro che permetteva di gustare tutto il collo, i neri, indecifrabili
fori delle narici, basi di un naso alla francese, labbra dischiuse. Sostò a
lungo sulla bocca, la immaginò respirare, la vide respirare, le labbra
frementi, l’impercettibile apertura della bocca e il movimento del torace,
segni di vita. Gli occhi, scuri, lo fissavano; il gioco delle labbra e degli
occhi parlavano di un desiderio d’amore, di una voglia di abbraccio che lui
avrebbe potuto cogliere, abbandonandosi alla fantasia. E in quella fantasia
precipitò, annullando ogni altro pensiero.
La ammirava, scivolava con la
sguardo su di lei, immaginava le sensazioni che avrebbe potuto regalargli
quella ragazza di una bellezza impareggiabile, esaustiva, assoluta. E davanti a
quell’immagine si perse.
***
“Povero cristo, che fine” disse
il dottor Mario Portaluppi, medico di primo pelo, dopo aver saputo che
quell’uomo, ricoverato al Pronto Soccorso in codice di priorità assoluta, era
morto.
“Povero cristo? Povero fesso”
disse il più anziano dottor Giorgio Fogli. “Avevano urlato che stava venendo
giù il cartellone. Con quel vento. Dicono che pareva in trance.”
“A me fa pena lo stesso. Morire
così….”
Il dottor Giorgio Fogli trattenne
un sorriso beffardo.
“Che c’è?” disse il dottor Mario
Portaluppi.
“Niente niente..una
stupidaggine.”
“Cioè?”
“M’è venuta una battuta..non mi
pare il caso.”
“Ora la spari.”
“Sì, in fondo non mi sembra
irrispettosa verso il defunto.”
“Spiega.”
“Sai che immagine c’era su quel
cartellone?”
“No.”
“Un gran pezzo di gnocca.”
“Ah..quindi?”
“Una bellezza…travolgente.”
Il dottor Portaluppi prese tempo,
calibrò le parole. Disse: “Penosa!”
“Hai ragione” ammise il
collega.
La mia scrittura - 46
Purtroppo
l’inizio del 1996 è segnato anche da un episodio assai istruttivo ma piuttosto
ansiogeno, legato alla mia scrittura giornalistica, al mio eccessivo zelo e forse
anche al mio eccesso di protagonismo. In quella primavera, dopo quattro anni di
cronache del Consiglio comunale, mi ero reso conto che tali cronache
difettavano di tutti i retroscena (importanti per la vita politico-amministrativa)
che non potevo scrivere, perché non conoscevo ma anche perché, conoscendoli,
non avrei potuto scriverne. Esprimevo quel senso di inutilità in una lettera al
direttore, pubblicata dai principali giornali varesini. Noi giornalisti,
allora, sedevamo alle spalle del tavolo della giunta e proprio dietro i
funzionari comunali. Poi quella posizione fu mutata. Una posizione che ci
permetteva di sentire anche le battute, le mezze verità, dalle quali si
deduceva che (ad esempio la discussione sul Piano Regolatore Generale) non era
cambiato molto rispetto a certe
abitudini, eredità della vecchia politica presumibilmente spazzate via da tangentopoli.
Andai anche a parlare di questa mia delusione di giornalista inutile ad un
programma televisivo di Rete 55, intervistato dall’amico Franco Ferraro. Poiché
nella mia lettera si faceva esplicito riferimento al Piano Regolatore Generale,
in discussione in quegli anni, argomento delicato e decisivo, il sindaco
Raimondo Fassa consegnò gli articoli di giornale al PM Agostino Abate, che mi
chiamò come teste, a giustificare le mie affermazioni scritte: quali cose certe
sapevo, cos’era ‘sta storia dei vecchi metodi eccetera. Fu la prima (e spero
unica) volta che mi trovai seduto davanti, sebbene solo come teste, ad un PM,
niente affatto conciliante, luce sparata negli occhi, telecamera a registrare
le mie parole, ‘mani due spugne e salivazione azzerata’ dirette Fantozzi. Una
brutta ma istruttiva esperienza: verba volant, scripta manent.
46-continua
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Non bastano sole e cedronelle
Il mese della primavera non poteva esordire in modo più convincente: sole, vento mite e cedronelle svolazzanti. Leggo su fb che una mia amica, nonostante ciò, è malinconica. Certo, non bastano sole e cedronelle per regalare allegria e voglia di vivere. Diciamo che quando uno è giù di corda e piove, quello è il colpo di grazia; se splende il sole, magari ce la si può fare.
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