mercoledì 14 luglio 2021

Giù la maschera


                                                                                             ph da google immagini

Giù la maschera

di Carlo Zanzi



E venne finalmente l’estate, che portò frutti maturi e la notizia: giù la maschera. Con gradualità, senza entusiasmi sboccati ma era giunto il tempo delle carezze, del fiato contro fiato, dei baci, della vicinanza. Marco prese fra le dita la mascherina, sollevò il coperchio metallico della pattumiera premendo con il piede destro, lasciò volteggiare nell’aria la tela salvavirus che finì fra le immondizie di casa, richiuse il coperchio e uscì, alla ricerca di un libero abbraccio. Non era privo di amici, il primo incontrato sarebbe stato avvolto da due braccia in carestia: le sue. Ma di vicini di casa non ne trovò, né lungo le scale né in cortile.

Era agosto, afa sin dal mattino, gente per strada, chi per compere, chi per sport, chi per lavoro, molti per il gusto del passeggio anarchico e qualcuno con il suo obiettivo: un corpo da abbracciare. Passò con piedi svegli per via Garibaldi, si fermò nel cuore del piccolo sagrato della chiesa della Madonnina, detta ‘in prato’ perché un tempo attorniata dall’erba, esitò se entrare o ripartire subito, scarabocchiò un segno di croce, disse ‘Ave Maria…’ ma subito si dimenticò il resto, confuso dalle tante buone abitudini da rimettere in calendario, dalla sovrabbondanza di possibilità. In via Bernardino Luini ebbe l’impressione che stesse sopraggiungendo, in direzione opposta, una persona a lui nota. Aumentò la cavalca, rallentò…no, si era sbagliato.

Chi non era solo continuava a dialogare -come d’abitudine negli ultimi, soffocanti tempi- di pandemia, covid, vaccino, amici dipartiti e altri fuori pericolo, ma soprattutto di via libera… finalmente.

“Ero depresso oltre ogni dire...mi è andata bene…è stata dura…il governo poteva far meglio…l’ho schivata…ho perso una zia e un nonno…morti come cani, senza un saluto, una mano…ma è finita…”, queste le frasi ricorrenti, intercalate da imprecazioni ma anche impreziosite da generosi sorrisi, pacche sulle spalle, strette di mano, buffetti, carezze. Un corpo a corpo persino commovente, atteso e benefico.

Eppure Marco, di amici, parenti e conoscenti non ne trovava. Non ne vide in via Rossini, in piazza Giovine Italia, in piazza san Vittore. Non volle far visita al buon Dio nemmeno in basilica ma disegnò un altro segno della croce e aggiunse qualche parola all’Ave Maria, veloce scivolò sotto l’Arco Mera e toccò una sponda di corso Matteotti, dove certamente avrebbe fatto comunella. E invece trovò un varesino ancora in maschera. Provò ad immaginare il perché di quell’insistenza, pensò: ‘Perché non lo chiedo direttamente a lui?’ Quindi osò: “Mi scusi, perché tiene ancora la mascherina?”

“E perché no? Lei crede ancora ai politici? Non mi dica…”

“Mi fido della scienza, più che altro.”

“La scienza è politica, e la politica è scienza…Faccia come crede, io non ci casco.”

Il sole si arrampicava sulla volta celeste con agilità estiva, sempre più alto, sempre più invadente. Marco procedeva sotto i portici, in ombra, curiosava le vetrine, negozi aperti e commercianti carichi di speranza, già in affari o sulla soglia, con mezzi inchini, occhiate allusive, labbra socchiuse in invitanti sorrisi.

Giunto che fu ad un’estremità del corso svoltò a destra perché aveva bisogno di una panchina dei Giardini Estensi, lì indirizzò il suo vagabondare. La ghiaia del nobile e laico sagrato gracchiava sotto le sue suole, si accontentò di una panchina al sole, si sedette, incrociò le dita dietro la nuca, sentì una stilettata alla spalla sinistra, tenne alto solo il gomito destro, si mise comodo, chiuse gli occhi e ripassò i tanti mesi di privazioni, la pazienza necessaria, le occasioni perdute. Gioì per la rinascita. Aggiunse pensieri distratti, e fra questi generò l’intuizione: e perché no? E perché non rischiare? Persino una sberla? In quel clima di ritrovata socialità lo avrebbero perdonato. Avrebbero capito. E già che c’era, perché non con una bella ragazza? Rischio per rischio. L’eccitazione rese lecito l’azzardo, si mise in vedetta, studiò i passaggi, soppesò, scartò, indugiò, infine partì.

Si mise in piedi quando la vide, pensò di sedersi di nuovo, troppo bella, fuori quota per lui, incenerì ogni dubbio, gonfiò il petto di coraggio e si frappose tra la ragazza e un assembramento di piccioni beccanti e svolazzanti.

“Scusi...le chiederei un favore…è possibile?”

“Un favore?”

Era un fiore: alta pur senza tacchi, bella da apparire irreale. Marco si pentì, pensò a un cambio di direzione ma le parole dissero ciò che non era più alla sua portata: “La posso abbracciare?”

Era anche intuitiva, sensibile, probabilmente spiritosa, comprensiva, perché regalò a Marco un sorriso che diceva: ‘Va bene…’

Si abbracciarono da sconosciuti. Profumava d’estate. Marco sfiorò con le labbra i suoi capelli castani. Pensò che il contatto con la morbidezza dei seni, con il traballìo ritmico del cuore sarebbe venuto meno ora, subito, uno strappo atroce, ma ciò non avvenne. Sentì -o forse solo immaginò- la corda dell’arco di Cupìdo tagliare l’aria, uno schiocco impercettibile, la freccia sibilare. Il colpo secco del fulmine fu invece potente.

Sempre abbracciato le chiese: “Come ti chiami?” Poi i suoi occhi scivolarono gaudenti dagli occhi al naso alla bocca al mento, e con un salto sparirono entro la penombra della scollatura.


questo racconto breve è stato pubblicato sul n° 46 della rivista 'Menta e Rosmarino' luglio 2021

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