giovedì 24 agosto 2017

Contro la scuola



CONTRO LA SCUOLA

Sarà nelle librerie di tutta Italia, alla fine di questo agosto, l’ultimo libro di Riccardo Prando (in alto, in uno scatto di Carlo Meazza), docente, giornalista e narratore varesino. Il volume ha per titolo: ‘Contro la scuola’. Sottotitolo: ‘Perché opporsi a un modello educativo che privilegia la burocrazia a scapito della cultura. E riduce lo studente a numero.’
Prando, dopo oltre trent’anni di insegnamento, ha sentito l’urgenza di scrivere queste pagine che non sono un saggio sulla piega burocratica presa dalla scuola italiana negli ultimi anni, ma piuttosto il diario di un prof. preoccupato di sentirsi annoiato nel suo lavoro, e di scorgere sbadigli di noia nei suoi alunni.
Il docente di lettere di scuola media inferiore denuncia anzitutto lacune nelle nuove indicazioni didattiche: la scuola è diventata quella del saper fare e non del sapere, contano le competenze, poco valore è dato alla fatica dello studio, ogni attenzione è rivolta a chi manifesta difficoltà, agevolando il suo compito di studente e appesantendo (con relazioni, schede da compilare, questionari da crocettare…) il lavoro dei docenti, in primis del docente coordinatore di classe, che per lo più è l’insegnante di lettere. Riccardo Prando sa molto bene cosa significhi passare ore ed ore a compilare la moderna modulistica, un pro-forma senza sostanza. Eppure consideriamo il titolo forte ‘Contro la scuola’ fuorviante, perché in fondo Prando punta anzitutto il suo sguardo, il suo interesse, diciamo pure il suo amore di insegnante verso gli alunni, dialoga con loro, li sprona a sognare, ad amare la poesia, la prosa, a non farsi soffocare dalla tecnologia, dalla vita virtuale, dalla continua tentazione di evitare la fatica del vivere, che per loro è anzitutto la fatica di studiare. E’ un libro poetico; Prando (amante della natura) spesso inizia i suoi brevi capitoli con descrizioni di albe e tramonti, di neve e di pioggia e di sole, di montagne lontane per poi scendere con lo sguardo sui giovani allievi, chini sui libri, non di rado con sonno arretrato e scarse tracce d’entusiasmo. Ma proprio quando la delusione sale arriva la frase, la confidenza, la dimostrazione inattesa che ciò che si è seminato qualche frutto lo sta portando. Perché i docenti questo chiedono: la conferma di aver lasciato una traccia, di aver dato una mano in un tratto di cammino. Duecento pagine (arricchite dalla prefazione del poeta Davide Rondoni) nate di getto, ricche di umanità, di passione per una professione poco apprezzata. Scrive il prefatore Rondoni: ‘Diceva Pèguy che ogni crisi di civiltà è una crisi di insegnamento. E invece tutti coloro o quasi  che hanno osservato questa crisi per cercare di capirla e domarla non hanno guardato lì, all’insegnamento. Hanno guardato altrove: nelle banche, nelle aziende, nei vaticini quasi tutti sbagliati degli economisti, nelle prime pagine dei giornali sempre lontani dalla vita reale.’
Scrive l’autore, nel post scriptum finale: ‘…Credo che il mestiere più antico, insieme a quello più bello, sia insegnare. Non dico in una classe, dico in una vita. Trasmettere agli altri ciò che si conosce, in termini di contenuti disciplinari o di esperienze personali, è strutturale alla natura umana…’
Riccardo Prando, in questo libro, non ha fatto altro che continuare ad insegnare.
    


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