domenica 29 aprile 2018

Una malattia chiamata tifo

                                                                                              ph carlozanzi


Ieri sera, verso le 21, me ne tornavo a casa, lasciando diluire con passi lenti la gioia per la vittoria della pallacanestro Varese contro Brindisi. Il cielo protestava ancora ma sommessamente, dopo il temporale. Non piangeva lacrime di pioggia, era una minaccia per scherzo. Vittoria dopo una partita tirata e il cuore a mille. Riflettevo su questa vicenda del tifo e del fatto che ci si appassioni, si soffra e si gioisca potentemente solo perché alcuni atleti si divertono a giocare, e noi siamo lì a guardarli. In fondo è un trastullo. Una malattia chiamata tifo, che a volte degenera, porta all’odio, a gioire per le sconfitte degli avversari, a mettersi le mani addosso, incapaci di autocontrollo. Si noti che non di rado tale gioco porta guai fisici a chi lo pratica, che l’esito finale è fortemente condizionato da terzi, cioè dagli arbitri, che la fortuna ha un ruolo non secondario…Insomma: tanto rumore per nulla. Alla squadra del cuore si affidano le nostre sorti, i nostri riscatti, la dimenticanza dei nostri fallimenti. Una vittoria ci regala la sensazione di essere vincenti pure noi, una sconfitta ci deprime sino a gesti riprovevoli.

Per parte mia sono tifoso appassionato solo del basket varesino. Gli altri sport (calcio in primis) mi regalano emozioni sempre sotto ampio controllo. Per il basket posso anche alzare le braccia al cielo, imprecare, mollare pugni alla ringhiera, lanciare male parole contro gli arbitri..e di tutto ciò un po’ mi vergogno.  

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