giovedì 4 luglio 2019

Nudo di uomo da Ghiggini



Il mio nuovo romanzo 'Nudo di uomo' inizia con un incubo e finisce...no, il finale non si anticipa. In mezzo la storia di un uomo e di una donna (la storia di noi tutti), la fatica di vivere, le promesse non mantenute, l'evasione, l'illusione di un'eterna giovinezza. 
Lo presento domani sera, venerdì 5 luglio, ore 21, Galleria Ghiggini di via Albuzzi 17, a Varese. Con me il giornalista Michele Mancino e il cantautore Jurenito. 

mercoledì 3 luglio 2019

Auguri, Tommaso



Felice onomastico a mio nipotino Tommaso.

Masters of sex




Ieri sera ho visto su canale 26 quello che credevo essere un film (Masters of sex) e che invece ho scoperto essere una serie televisiva. L'ho visto con interesse perché mi ha riportato agli inizi degli anni Ottanta, quando lessi i due libri di William Masters e Virginia Johnson, pionieri della sessuologia. Della loro storia parla la serie televisiva, di ciò che fecero fra gli anni Sessanta e Novanta, per far uscire il sesso dal silenzio, lottando soprattutto agli inizi contro l'America puritana, che mal sopportava quell'interesse scientifico verso una materia che non si considerava degna di esperimento. I due ebbero fama ma anche non poche critiche: si disse che mettevano il sesso sotto il microscopio, allontanandolo, separandolo dalla dimensione dell'amore. Per quel poco che ne so, plaudo invece al loro impegno di ricerca e -per stare all'amore- Masters e Johnson infine si sposarono, ma il loro amore non durò a lungo.

martedì 2 luglio 2019

Guardando il cielo

                                                                                                 ph carlozanzi


Ieri, primo luglio, anniversario del mio battesimo, nel pomeriggio Varese è stata rinfrescata dal temporale. Dopo la pioggia, sotto il tetto di nuvole ancora potenzialmente pericolose, sono sceso a camminare a Villa Toeplitz. Si stava bene, persino qualche brivido di freddo. Guardando il cielo ho chiesto a Dio un regalo di battesimo, un segno che desse più sicurezza alla mia fede  solo accennata. Era la mia illusione di poter risolvere d'un colpo il dubbio più irrisolvibile e decisivo dell'uomo. Segni non ne sono arrivati, il vento mi ha portato solo la voce del Mistero. 
Sul monte Generoso (vedi foto) un uomo di Bodio Lomnago, pochi anni più di me, stava cercando nel temporale una via che non ha più trovato. 

Verso il Po

                                                                                        ph carlozanzi

torna il desiderio di racconto breve


Verso il Po
di carlozanzi

Il Mincio scorreva veloce davanti al lavatoio di Goito. Cento metri più avanti si biforcava, per riabbracciarsi sotto il ponte dei Bersaglieri e correre giù, diluendosi infine nel Po. Era acqua scura in una chiara e soffocante mattina di luglio, acqua inquieta, mai ferma e mai stanca.
Luigi si era alzato triste, incredulo per l’esame a settembre di greco, quarta ginnasio a Mantova e fine ingloriosa, inattesa, un’estate di studio e perdita di sicurezza, quella poca sicurezza che gli restava, messa in dubbio dalla villania dell’adolescenza. Aveva aperto il libro e il Riva Rocci ma la nausea lo aveva aggredito senza pietà. Nella speranza di potersi salvare dalla noia aveva preso la canna, il mulinello Mitchel, ami, lenza, cagnotti, guadino, tutto il necessario per la pesca e si era diretto a piedi al lavatoio, dove le donne di Goito, molti anni prima, lavavano i panni sporchi in acqua fresca e pulita.
All’ombra della struttura di pietra, col tetto di tegole rosse, stava pescando da un’ora senza successo. Ancora una volta, sentendo nella valle profonda dello stomaco un malessere senza nome, raccolse la lenza, sostituì l’esca molle, regolò il galleggiante e lanciò verso la montagna, dove quell’acqua era stata generata. Sentì lo splash del galleggiante, pensò che aveva lanciato bene e lo lasciò scorrere verso la pendenza. La piccola allungata boa di sughero passò davanti a lui e proseguì la corsa, sino ad arrestarsi per la tensione del filo, che la teneva a pelo d’acqua. Attese.
Il galleggiante tremò, si inabissò per metà, tornò fuori, tremò di nuovo, piccoli movimenti, lievi immersioni, sparì, Luigi diede uno strappo deciso ma all’amo restò agganciato solo il cagnotto maciullato, la lenza volò verso di lui e si impigliò sui rami sottili di un salice. Amareggiato cercò la calma che non possedeva, diede strattoni, il filo si ruppe, amo, piombini, galleggiante rimasero a penzoloni sul ramo, troppo in alto per essere recuperati.
Trattenne un pianto di rabbia, si sedette, tirò fuori dallo zaino il pacchetto di sigarette che aveva rubato a suo padre, ne sfilò una, l’accese e fumò. Stava aggiungendo altro veleno in corpo ma provava un debole piacere, forse per la trasgressione, il furto. Guardò verso la riva opposta, poi alla sua destra, la biforcazione, il ponte, alberi che si piegavano con i rami a mollo nella corrente, anatre che zampettavano sulla riva o galleggiavano lievi nella calura. Cominciò intorno alla sua testa la danza dei moscerini. Luigi pensò: ‘Speriamo non arrivino i pappataci di merda!’
Avrebbe ripreso a pescare, ricostruendo la lenza, o sarebbe tornato a casa, nella disperazione? Scelse la via meno dolorosa, finì la consunzione della sigaretta e si mise al lavoro: filo, un nuovo galleggiante, più panciuto di quello smarrito sul ramo, piombini, amo. Non ci volle molto, era esperto e, ora, abbastanza tranquillo.
Stava per effettuare un nuovo lanciò quando vide arrivare un uomo in bicicletta, che si fermò al lavatoio, osservandolo. Provò disagio. Avrebbe preferito la totale solitudine. Si sentì spiato.
Fra un lancio e l’altro si girava per indagare sul nuovo venuto. Era un vecchio che conosceva di vista. L’intruso parcheggiò la bici contro una colonna del piccolo edificio e si avvicinò, senza essere troppo invadente. Quello che Luigi sospettava, avvenne.
“Non ti ho mai visto pescare qui sul Mincio” disse l’uomo.
“Qui vengo spesso” disse Luigi.
“Che esca usi? Cagnotti?”
“Sì.”
“Vaironi, scardolette, pesciolame….col cagnotto e il galleggiante…forse qualche cavedano….dipende anche dall’amo…”
Luigi avrebbe voluto dirgli che quella mattina pescava solo perché la sua camera e il vocabolario di greco lo stavano soffocando. “Quello che abbocca” disse il ragazzo. “Ma oggi non abbocca niente.”
Il vecchio pensò ‘pazienza, devi avere pazienza’ ma si trattenne, considerando che nel mese di luglio, a quell’ora, con quel caldo, il Mincio sarebbe stato sterile anche con la pazienza più raffinata. Non si accorse che quel giovane aveva bisogna di essere lasciato nella sua pace ansiosa, considerò invece che il dialogo avrebbe aiutato entrambi. Per questo non fece silenzio.
“Vengo da Cerlongo…anch’io pesco sul Mincio, preferisco l’inverno…mi metto proprio là di fronte” e indicò con il braccio teso e l’indice appuntito la riva opposta.
Luigi mise la mano a visiera, disse: “Ah...di là?”
“Sì…barbi, anche così” e distanziò le mani, a mostrare la taglia del pesce. “E carpe, lucci…”
“In inverno ho freddo, c’è nebbia” disse Luigi. “E poi devo studiare.”
“Giusto…d’estate preferisco invece i fiumi, volevo dire i torrenti, quelli di montagna, anche se alla mia età…le gambe…”
Il ragazzo mosse il capo, il che significava: sei vecchio, rischi di caderci nel torrente…ma anche ‘perché non te ne vai e mi lasci pescare senza rompere?’
“Mai sentito parlare della Val Saltaria? Una laterale della Val Gardena? E’ la mia preferita.”
Luigi disse di no con la testa.
“Non hai mai provato a risalire un torrente con la canna in mano, a caccia di trote? Pesca con la mosca, saltando da un masso all’altro?”
“No…”
“Ci si muove…il movimento muove le idee…”
Luigi non capì e nemmeno volle capire. Eppure proprio lui, quella mattina, si era mosso da casa.
“Le trote sono sospettose, furbe…ma noi siamo più furbi…”
Il ragazzo tacque, recuperò la lenza, infilzò sull’amo tre cagnotti che si agitarono nel dolore, sarebbero morti annegati a breve, rituffò il galleggiante nell’acqua verdescura, attese.
Il vecchio capì che non era benvoluto, ci rimase male e si avvicinò alla bicicletta. Ma proprio non gli riusciva di essere comprensivo, empatico. Si sentiva in dovere di trasmettere la sua esperienza, frutto di giorni e giorni e giorni…un lungo viaggio come quello del fiume. Corse il rischio di essere sopportato. Si avvicinò di nuovo all’imberbe pescatore, silenzioso come la maggior parte dei pescatori, malinconico come la maggioranza dei viventi.
“Risalire il torrente è andare contro il tempo, che corre in avanti…So che non puoi capire…è l’illusione di tornare giovani…E più si diventa vecchi, più il tempo scappa…Ma una cosa la puoi capire, amico mio.”
Luigi si voltò, ora cominciava ad interessarsi a quell’uomo, che si giudicava suo amico. “Capire?”
“Sì…hai troppa fretta. Lascia che il pesce assaggi, faccia il suo dovere di animale guardingo, che ha imparato dalla morte degli altri. Quando il galleggiante va sotto, dopo le prime mosse, quando sparisce devi contare sino a tre..uno, due, tre...poi tira…ma sempre senza foga…se l’amo è bene in bocca non è necessario strappare…Ricorda…uno, due, tre e via.”
“Grazie” disse Luigi.
“Grazie a te” disse il vecchio che risalì in bici e si diresse verso nord, controcorrente.




  


lunedì 1 luglio 2019

La commozione di Renato Monetti




La commozione di Renato Monetti

L’estate di questo caldo 2019 ha reso muta la voce di Renato Monetti, delicato poeta dialettale di Malnate. Nato il 2 aprile del 1931, si impose all’attenzione degli esperti di poesia dialettale a metà degli anni Novanta, quando giunse terzo al Concorso Poeta Bosino. Il suo periodo d’oro fu proprio la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, quando vinse due volte il noto concorso, organizzato dalla Famiglia Bosina (nel 1998 e nel 2000), e poi due volte secondo (2003 e 2004). Sempre a quegli anni si riferisce la pubblicazione di due libri, ‘Desidèri da Stèll’ (60 poesie in dialetto varesotto) e ‘Ul libar du la Genesi’ (libera interpretazione dialettale della Genesi). La sua caratteristica era l’evidente commozione che lo coglieva quando leggeva le sue poesie, quando le declamava con grande abilità e partecipazione. La voce tremava, gli occhi diventavano umidi, la lettura si faceva coinvolgente per tutti gli ascoltatori. Da qualche tempo non lo si vedeva, segnato dalla malattia. Ricordo una sua polemica nella primavera del 2014. Aveva contestato senza mezzi termini il verdetto della Giuria del concorso Poeta Bosino, rea di non aveva inserito nella terna di vincitori la sua poesia ‘La vita…’na saeta’ che giudicava fra le migliori della sua produzione. Aveva inviato la protesta e la poesia al quotidiano La Prealpina, che le aveva pubblicate.
Mi piace qui ricordare l’amico Renato con la poesia ‘Un’Ave Maria’, che gli valse la vittoria al Poeta Bosino del 1998.

…Sbarlüsa
sutila
in mila specìtt
l’unda
ca smorza
rutunda
a la riva…

Cumè lampadari
dai mila riflèss
‘mè punt
da gügitt
ca vann
e riturnan
sa pizzan
sparissan
e dent’r in di öcc
e dent’r in la ment
ta restan imprèss…

E giò da ‘a muntagna
in grand’armunia
sa slunga
in sü l’aqua
l’ültim rintocch
d’un’ Ave Maria…