18 giugno 1967: ho da poco compiuto 11 anni. Varese-Messina di calcio al 'Franco Ossola', se il Varese vince torna in serie A, dopo aver vissuto già il brivido della serie maggiore (grazie anche ai danée di Giovanni Borghi) dal 1962 al 1966. Finisce 2 a 0, sono fra i tanti che fanno l'invasione di campo. Amo il calcio, l'Inter e il Varese. Sono in un brodo di delizie. Magic moment. Corro verso centrocampo, i giocatori non hanno scampo, escono in mutande, tenendo le scarpette bullonate in mano. Uno è portato in trionfo: Pietro Anastasi. E' arrivato l'anno prima da Catania, ha 19 anni, è fra gli artefici del ritorno in serie A. L'anno dopo sono di nuovo allo stadio, c'è Varese-Inter, lo ammetto, i giocatori dell'Inter mi paiono luminosi, laiche divinità, ma vince il Varese 1 a 0. Non segna Pietruzzo, ma si rifarà contro la Juve qualche mese dopo, la partita del secolo, 5 a 0 alla signora (detronizzata) del calcio italiano, e tre gol li segna il ragazzo siciliano. Che, naturalmente, finisce fra le brame di Gianni Agnelli. Borghi sfrutta la situazione e vende alla Juve il fenomeno della Trinacria per una paccata di milioni. Potrei a lungo continuare ma da qui in avanti molti conoscono la storia di Anastasi, fra i migliori attaccanti italiani della Juve e della Nazionale, campione europeo (con gol) nel 1968 eccetera eccetera. Ebbene, stamani, giovedì 15 ottobre, a 6 anni dalla morte prematura di Pietro (a soli 71 anni), Varese ha onorato la sua memoria, dedicando a lui il piazzale antistante lo stadio 'Franco Ossola', che da oggi si chiama piazzale Pietro Anastasi. Tanta gente stamani, nella luce dell'ottobrata varesina: anzitutto la moglie di Pietro, la signora Anna, e il figlio Gianluca, e poi autorità, vecchie glorie (fra le tante Roberto Bettega, anche lui Varese, Juve e Nazionale), il vicepresidente di quel grande Varese, 7° in serie A, campionato 1967/68, e cioè Guido Borghi. Molti hanno portato la loro testimonianza, e il ritornello è stato: grande campione, maestro di umiltà, di modestia, dava il massimo in ogni partita, era riconoscente verso il destino, che lo aveva condotto a Varese e poi a Torino e ancora a Varese, la sua città di adozione, che oggi finalmente regala un segno concreto di affetto al grande Pietruzzo.

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