martedì 22 dicembre 2020

Il racconto di Simone

 


Mai paura

di Simone Mambrini

 

Dicembre. 7.

S. Ambrogio, sì, ma per gli studenti che non vivono a Milano la vigilia dell'Immacolata, uno di quei giorni che quando guardi il calendario e scopri che è domenica ci resti male.

Il pomeriggio di S. Ambrogio, comunque vada, si inizia a respirare aria di festa, se non altro perché si può rimandare lo studio (o una parte di esso) all'indomani. Ma c'era, tanto tempo fa ormai, chi aveva un appuntamento fisso, un impegno.
Michele, terza media in corso di svolgimento, la testa piena di domande, saliva sull'autobus nel primo pomeriggio e ripercorreva in senso inverso la strada già fatta per tornare da scuola. Ma non era diretto lì; la sua meta era una strada del centro, così differente da quella che portava al suo quartiere campagnolo. Una via lastricata elegantemente, due file ininterrotte di palazzi antichi, un portone dove entrare, un cortile quadrato. La scala, larga e con i gradini resi scivolosi dai passi di un secolo, da percorrere fino al secondo piano, dove sui ballatoi si affacciavano le case di ringhiera.

Come facessero, suo padre e gli amici, a portare Carla fin lassù senza correre il rischio di cadere rovinosamente, era un mistero. Si entrava direttamente in cucina, dalla quale si poteva passare in camera da letto o in sala. Un locale arredato con semplicità, una vetrinetta nell'angolo i cui vetri vibravano se il passo di chi vi entrava era pesante, a causa della soletta, antica come il palazzo.

Tavolo, sedie, fornelli, lavandino. E Carla seduta. Sempre. Da sempre, perché costretta in quella posa dalla malattia, che le consentiva scarsi movimenti volontari limitati alla testa. Il compito di Michele, ogni anno, era quello di scrivere per lei i biglietti di auguri natalizi: alcuni di loro si riducevano alle poche necessarie righe, ma altri erano vere e proprie lettere, e mettevano alla prova la sua scarsa propensione alla scrittura, che avrebbe poi fatto precipitare la qualità della sua grafia.

Mentre camminava verso la sua meta il ragazzo pensava a come si stava svolgendo la sua vita, e non ne era per niente soddisfatto. Si sentiva compresso, tra la necessità di essere  sempre all'altezza di quello che gli altri si aspettavano da lui e  i suoi desideri, che sembrava sempre non poter realizzare, soprattutto perché il suo senso di responsabilità e la sua timidezza lo portavano spesso a non osare, non chiedere, non provare a far valere le sue ragioni, tanto si aspettava sempre di non poter ottenere nulla.

Come quando non aveva insistito per seguire il suo professore di educazione fisica, che lo aveva portato in una squadra decisamente più seria di quel gruppetto che si allenava nella palestra vicino casa, e non avrebbe mai giocato nemmeno una partita, concludendo miseramente la sua esistenza solo un anno dopo. Ma i suoi avevano paura di firmare un cartellino, e a nulla erano valsi i tentativi del suo professore per convincerli, così in breve si era trovato senza il suo sport preferito, e chissà se un giorno avrebbe potuto ricominciare, persa quell'occasione.

Oppure ogni volta che pensava di dire alla tal ragazzina che...ecco neanche riusciva a pensare bene le parole che le voleva dire, accidenti...

Era un periodo difficile insomma, e si sentiva prigioniero, oltre misura, dei propri limiti.

Ancora immerso in quella sensazione si ritrovò davanti al portone del palazzo, e ne varcò la porta, prendendo la via per le note scale. In cucina c'era Carla con la sua mamma; una donna minuta ma con una forza d'animo straordinaria, unita a quella fisica, insospettabile. Carta, penna, buste, tutto pronto: francobolli acquistati nella tabaccheria accanto al portone.

Ciò che lo colpiva, in Carla, è che nonostante la sua disabilità, il suo bisogno di tutto, avesse sempre un aspetto sereno, sorridente, felice. Circondata da cure ed affetto, aveva radunato intorno a sé tante persone, attratte naturalmente dalla sua persona. Nessuno del gruppo lo faceva per pura filantropia, era proprio per qualcosa che, al momento, gli sfuggiva. In particolare, l'atteggiamento di suo padre con lei aveva qualcosa di unico: rustico, pratico, volto al bene. Molto simile, a ben vedere, a quello che aveva con lui. E infatti Carla lo chiamava papà, pur avendo almeno venti anni in più.

 Michele stesso sapeva che non sarebbe venuto al mondo, se i suoi genitori non si fossero incontrati: ma si erano incontrati lì, nel gruppo. In ultima analisi, non sarebbe venuto al mondo se Carla non fosse stata così. E ne era impressionato; quando era in un periodo così negativo arrivava a domandarsene anche il perché, e se fosse veramente una cosa così buona...

“Cos'hai, Michele? Oggi non hai la faccia bella...”, gli chiese, in una pausa della dettatura.

“Niente, scusa, pensieri che mi hanno preso sull'autobus, mentre venivo qui. Nulla di importante”.

“Non credo. Se non fossero cose importanti non causerebbero quel viso. Alla tua età comunque pensare, domandarsi le cose, fa bene. Poi, però, bisogna anche agire. E agire bene. Per esempio, ciò che fai oggi si chiama buona azione, ed è così non perché devi essere buono e bravo, ma perché chi ci guadagna dal farla sei tu.”

“Beh, visto come scrivo male la buona azione la fanno i destinatari esercitando la pazienza quando leggono!”

La donna si mise a ridere di gusto. Le piaceva lo spirito del ragazzo, e sapeva che questo apprezzamento avrebbe cambiato il suo umore. Proseguì a dettare una delle lettere più consistenti: “...la novità di Gesù che nasce ci porta la gioia della vita che non finisce, la fine della paura della morte, che spesso non è la peggiore delle paure.”

A questo punto, il ragazzo le fece una domanda: “Perché, cosa c'è di peggio della paura di morire?”

“Aver paura di vivere, ragazzo mio. In qualunque condizione ti trovi, aver paura di vivere è la cosa più sbagliata che puoi fare.”

E più tardi, sull'autobus che lo riportava verso casa, pensò che era vero: ci aveva guadagnato anche stavolta.

 

 



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