giovedì 17 dicembre 2020

Nozze di diamante tricolori


 Della sezione 'La storia e le storie' del Calandàri 2021 ho scelto il pezzo di Max Lodi, che ricorda il primo scudetto della grande Ignis.


Enrico Garbosi era un uomo cortese, elegante nel modo d’atteggiarsi, affabile e però cauto a usare le parole. Sapeva affidarsi a quelle pertinenti nel momento giusto. Quando venne ad abitare con la famiglia in via Piave al numero 3, nel centro di Varese, pochi sapevano ch’era il nuovo allenatore dell’Ignis Varese. Lo si sarebbe detto un funzionario di banca oppure un professore di scuola o magari uno statale di rango. Figura dal tono insieme mite e autorevole, spesso avvolta dal fumo della sigaretta e da una nonchalance di tratto aristocratico. Poi, rapida, circolò la voce: si trattava del tecnico chiamato a portare in alto la pallacanestro, passione e orgoglio locale. Il commendator Giovanni Borghi, patron del club, aveva deciso di vincere, affidando il compito al presidente esecutivo Angelo Bettinelli. Chiesto in giro chi gli garantisse di trionfare, Bettinelli ricevette il nome di Garbosi. A Varese aveva giocato molti anni prima, partecipando dell’avventura che nel 1949 aveva condotto la squadra -allora in maglia biancorossa- al secondo posto nel campionato di serie A. Con lui, fra gli altri, Tracuzzi, Zorzi, Alesini, Gualco, Nesti, Forastieri. Poi quel playmaker piccolo e furbo era emigrato, scegliendo il mestiere -o meglio: la vocazione- d’allenatore. Quattro scudetti con la Comense femminile, Ct della nazionale rosa, esperienza importante alla storica Reyer Venezia maschile. La laguna, il suo mondo: vi era nato il 6 aprile 1916.

Al quinto piano della casa di via Piave, scala A, viveva con la moglie e i figli Franco, Nicoletta e Gianni. Più tardi sarebbe arrivato anche Fabrizio. Miriam aveva giocato nella Comense e lì conosciuto il futuro marito. Donna entusiasta e ironica, sapeva fare squadra come lui. Forse più di lui. Dava la carica anche a chi aveva le batterie spente. Credo che Rico, così lo chiamavano tutti, ritrovasse in famiglia le tante energie psichiche disperse in allenamenti e partite per trasmettere ai giocatori il suo rivoluzionario verbo, che privilegiava atletismo e semplicità tecnica. Nomi rimasti celebri negli annali che ci stanno a cuore: Mario Andreo, Umberto Borghi, Guido Carlo Gatti, Giovanni Gavagnin, Remo Maggetti, Paolo Magistrini, Vinicio Nesti, Renato Padovan, Gabriele Vianello, Tonino Zorzi (foto).

Il figlio Franco aveva la mia età, 10 anni. Frequentavamo la scuola Mazzini di via Como, un casermone grigio fin quasi alla tetraggine. E insieme ci arrampicavamo, la domenica, sulle spalliere svedesi attorno al campo di linoleum della Casa dello Sport di viale 25 aprile per assistere alle partite della Ignis, che vestiva la nuova divisa gialloblù. Stavamo lì appollaiati per ore, respirando fumo e gridando ‘Forza Varese!’, salvo una tregua nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo, quando ci precipitavamo in campo a far quattro tiri nell’attesa che le squadre rientrassero dagli spogliatoi. Fu una stagione memorabile: un successo dopo l’altro. 21 vittorie su 22 incontri, avversari più forti il Simmenthal Milano e la Virtus Bologna (proprio a Bologna l’unica sconfitta). Soprattutto il Simmenthal di Pieri, Riminucci, Gamba e dello ieratico coach Cesare Rubini. Un mito. Il match winner risultò spesso ‘Nane’ Vianello, ma nel sentiment bosino stava specialmente Tonino Zorzi, che i ‘casbenatt’ -a cominciare dalla famiglia Pedretti- avevano adottato al suo arrivo a Varese, quando contemporaneamente giocava a pallacanestro e faceva il geometra.

Nella tarda primavera del ’61 -sessant’anni fa- venne conquistato lo scudetto al canto varesinizzato dei ‘Ragazzi del Pireo’ di Manos Hatzidakis, divenuto celebre grazie alla voce di Melina Mercouri: “Forza Varéeese/che vinci lo scudéeetto/l’abbiamo sempre déeetto/che sei uno squadròoon”. Oggi, 2021, celebriamo queste singolari, fascinose, leggendarie nozze di diamante. Allora fu festa di pungenti emozioni in una città che, sindaco Oldrini, si stava trasformando. Il suo ombelico, piazza Monte Grappa, ospitava i celebri Caffè Socrate e Pini, il secondo méta quotidiana di Garbosi, cui piaceva rilassarsi giocando a carte. In séguito sarebbe divenuto la sede del Basket Club Ignis Varese, prima associazione italiana del tifo cestistico organizzato, che ebbe a lungo il fotografo Camillo Faoro come presidente.

Tutt’intorno, la trasformazione urbanistica galoppava. Proprio in piazza Monte Grappa un edificio di discutibile modernità sostituì l’antica casa Romanò, ospitando i magazzini Standa; un ponte venne gettato tra le vie Milano e Morosini e si ricoprì il trincerone delle Ferrovie Nord di fronte alla stazione delle Fs; nuove palazzine sorsero tra piazza XX Settembre, via Vittorio Veneto e via Cavour; lo stadio ‘Franco Ossola’ dispose finalmente d’una tribuna coperta in cemento armato accanto a quelle in legno e tubolari. Impulso continuava ad avere il settore turistico, sotto la spinta del presidente dell’Ept Manlio Raffo, con rassegne cinematografiche, eventi d’arte e perfino l’organizzazione di voli in elicottero dai Giardini estensi al Monte Tre croci.  Nascevano edifici scolastici, reparti d’avanguardia all’Ospedale di Circolo, decine di piccole e medie imprese destinate a procurarci la nomea di terra dei danée. Il basket d’élite era al tempo stesso la conseguenza di questo sviluppo e il suo innesco: echeggiava la gradevole armonia della crescita locale, e si trasferiva fuori dei nostri confini un’immagine territoriale vincente che di tal fatta non si sarebbe più ammirata. Enrico Garbosi ci lasciò il 6 febbraio del ’73, nel pieno d’un nuovo miracolo baskettaro, chiamato Valanga Gialla, e nel vuoto dello scomparso miracolo economico.

 

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