domenica 27 dicembre 2020

Capriole nella neve

 

                                                                                      ph carlozanzi

Dedico questo mio raccontino a tutti gli amanti della neve, ed in particolare al mio amico Giuseppe Gazzotti detto Pippo, il primo a Varese a sentire il profumo della neve, a farsi venire gli occhi lucidi...


Capriole nella neve

di carlozanzi


Incontrò un suo coetaneo. Da lì partì l’idea della preghiera e tutto il resto. 

Era il ventidue febbraio del duemilatredici, un caldo fuori stagione, venti gradi e le prime, temerarie cavolaie a regalare zigzaganti giallotenui ai giardini tardoinvernali.

“Chi si vede.”

“Eccolo qua…come te la passi?” disse lui.

“Ma lo senti che caldo?” e una scrollata di capo. “Oimè…”

“Oimè?”

“Siamo in inverno. Ma le belle nevicate di una volta? Te le ricordi?”

“Certo, ma…”

“Neve su neve” e fece il segno con la mano, fermandosi all’altezza dell’ombelico.

“Bè, non esageriamo…”

“Vedo che perdi la memoria. Battaglie a palle di neve, scuole chiuse…le stagioni erano stagioni, quattro stagioni belle nette, definite…e quelle nevicate!” e rifece il gesto con l’altra mano, arrivando sino ai capezzoli.

Si salutarono. A lui rimase una diffusa amarezza, che lo condusse nella vicina chiesa parrocchiale. Si inginocchiò. Pregò:

“Signore che governi gli elementi, Dio della natura e delle nevicate di una volta, ti prego. Non lo dico per la neve, che pure amo, e lo sai, lo dico per tutti i cinquantenni che sono intossicati dalla nostalgia del tempo che fu. Non hanno sessant’anni e campano di ricordi. Si precludono il futuro. Stanno sprecando ciò che resta loro da vivere. Questo non lo sopporto. Signore, se ci sei, manda una bella nevicata di una volta. Avrei una prova inconfutabile del tuo esistere – per me sarebbe essenziale - e potrei raccontare ai miei coetanei che il futuro può essere promettente. Mi dirai –Ma fuori ci sono venti gradi e le magnolie hanno fretta, pretendi un po’ troppo- So che lo puoi fare, mio Dio. E così sia.”

Uno scarabocchio di segno di croce e uscì nell’abbaglio di un ventidue febbraio certamente estivo.

Attese. Già la sera si rannuvolò. Brusco cala delle temperature il giorno dopo, ventitré febbraio, con cielo sbarrato da una compatta controsoffittatura grigiastra. La sera, dopo il tramonto, i primi fiocchi.

La notte non dormì, meglio, dormì male, si alzò a più riprese a vigilare, scrutando fra le fenditure della tapparella. Nella luce del lampione trovava conferma del suo sogno, i fiocchi scintillavano, si rincorrevano, festeggiavano il loro ritorno. Nevicò a larghe falde, ininterrottamente, il ventiquattro e il venticinque febbraio, sino alle sedici e trenta. Ottanta centimetri ne nevicarono dal cielo, di quella neve bella, candida e leggera, che s’aggrappa anche al più esile filamento, che pittura di biancolatte ogni sporgenza, stucca ogni fessura, gelida farina setacciata dall’immenso setaccio mosso dalle mani di quel Dio che l’aveva accontentato.

Lo videro l’ultima volta il venticinque febbraio, verso le diciassette, andare incontro al tramonto in un pubblico parco cittadino, saltellando nella neve intonsa, talvolta rotolando, rialzandosi, spolverandosi via la fiocca, e poi di nuovo la danza della festosa allegria per una neve di quelle di una volta. Chi lo conosceva bene disse che probabilmente aveva fatto una scoperta importante, non era sufficiente la nevicata a giustificare tanta euforia. Forse, finalmente, aveva incontrato Dio.

 

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