mercoledì 8 luglio 2015

Il racconto del mercoledì

                                                     ph carlozanzi


Il mendicante di Padova
di carlozanzi


Un mendicante aveva dormito su un treno in rimessa, alla stazione di Padova. Il primo sole dell’undici di agosto lo svegliò. Non aveva voglia di vivere ma lo sapeva. Non si allarmò. Ascoltò l’ansia quietarsi poco alla volta, e intanto pensò che doveva muoversi alla svelta, prima dei controlli della Polizia Municipale. Indossava un paio di pantaloni color tortora, una maglietta bianca a mezza manica e un maglione leggero a strisce multicolori, scarpe di cuoio marroni, in testa capelli bianchissimi, corti, macchiati di sporcizia.
Mosse i primi passi lungo corso del Popolo, già trafficato. Sentì caldo e sfilò il maglione. Vicino alla Cappella degli Scrovegni e alla chiesa degli Eremitani ebbe fame. In tasca aveva un euro e dieci centesimi, in una piccola borsa del pane raffermo. Entrò da un panettiere, acquistò un euro e dieci centesimi di pane, uscì e si sedette all’ombra, su una panchina nel parco, vicino alla Cappella dove Giotto regalò il suo genio alla città, qualche secolo prima. Ebbe sete, sapeva che avrebbe potuto bere ad una fontana pubblica lì vicino. Pazientò. Guardando la vicina chiesa degli Eremitani, ricordò che era stata distrutta nella zona dell’altare durante la seconda guerra mondiale. Erano stati gli americani. Sentì che il sonno tornava, un sonno inquieto e liberatorio, una morte anticipata che spesso aveva assecondato, per non sentire la fame e l’angoscia. Quel giorno –era domenica- volle reagire, si alzò, andò alla fontana, bevve, si lavò il viso, sentì la barba fargli il solletico sulle mani, si incamminò lungo corso Garibaldi. Al caffè Pedrocchi, che si vantava di essere il caffè letterario più grande del mondo, vide gente elegante seduta ai tavolini, sentì profumo di caffè e di brioches. Un’invidia rancorosa lo allontanò dalla zona, avrebbe potuto perdere il controllo. Superata l’Università svoltò a sinistra e si portò sulla via del Santo. Quando era ancora distante dal Santuario, che conservava le spoglie mortali di Sant’Antonio di Padova, si sedette e allungò la mano. Dopo dieci minuti e nessun soldo raccolto pensò fosse meglio cercare una zona d’ombra: la giornata sarebbe stata lunga, il sole non dava tregua. La trovò avanti pochi metri. Ritenne più produttivo inginocchiarsi, il capo reclinato in avanti, il palmo della mano proteso verso la pubblica benevolenza. Non era capace di pregare. Non credeva in Dio. S’era convinto che con lui la vita era stata ingiusta e che chiedere l’elemosina fosse un suo diritto, un patetico e miserevole riscatto, ma assolutamente dovuto. E ringraziava la sua forza d’animo, che gli permetteva di conservare quel coraggio, giorno dopo giorno, centesimo dopo centesimo; sapeva che senza quella volontà di sopravvivere sarebbe stato peggio, molto peggio. Sentì finalmente il fresco e il peso di qualche moneta, ringraziò, promise preghiere a Sant’Antonio e alla Vergine Madre.
Era costretto a mutare posizione: in ginocchio, seduto, in piedi, di nuovo con le ginocchia sul duro del selciato. Piegò in quattro il maglione e lo usò come cuscino sotto le rotule. Verso le undici, mentre era in posizione seduta, si addormentò. Quando il capo perdeva l’equilibrio e si sbilanciava verso destra o sinistra, si svegliava; allora riposizionava la testa in posizione corretta e chiedeva al destino, per pietà, di farlo riaddormentare, concedendogli il beneficio della dimenticanza.
Verso mezzogiorno si incamminò verso la grande chiesa, meta di pellegrinaggi continui, instancabili, da secoli. Non sempre lo facevano entrare, anche se per essere un barbone era decoroso, si radeva, si lavava, non puzzava, gli abiti non erano indecenti. Gli consentirono l’accesso. Stavano celebrando una Santa Messa. Mentre si incamminava verso la tomba di Antonio sentì il prete che leggeva il vangelo: “….Gesù entrò nel tempio e scacciò tutti quelli che nel tempio vendevano e compravano; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe…”
Una lunga fila camminava lenta verso il sepolcro del frate santo, i pellegrini accarezzavano il marmo, pregavano, acquistavano candele di varie dimensioni, qualche moneta finiva anche in due raccoglitori con la scritta ‘Per i poveri’. Andò dove sapeva di dover andare, da quel tal frate che, probabilmente, gli avrebbe lasciato qualche denaro, prelevato dalle offerte destinate proprio a lui, povero per davvero, senza lavoro, senza casa, senza moglie, senza figli, senza Dio ma con fame, sete, sonno e desiderio di fare l’amore. 
Era domenica anche per lui. Giorno di festa. Il frate incaricato fu generoso, la questua in chiesa, unita a quella raccolta lungo via del Santo, gli permise di uscire e di andare, a passo svelto, in un panificio-pizzeria, dove comprò un trancio di pizza e una lattina di birra chiara. Attraverso via Belludi arrivò in fretta a Prato della Valle: la sua casa, il suo campeggio, il suo albergo diurno, il suo giardino.  
Trovò una panchina libera, non all’ombra, e si accontentò: mangiò e bevve con calma, non aveva impegni. Per dormire cercò una fetta d’ombra sul prato, precipitò veloce dentro un sonno fondo. Fece sogni senza un senso, immagini e qualche volto amico. Appena sveglio pensò che doveva procurarsi i soldi per la cena, aveva già digerito il pranzo di metà giornata.
Non gli andava di chiedere la carità in quel grande prato perimetrato da un corso d’acqua, frequentato anche da molti giovani, per lo più squattrinati come lui, universitari o extracomunitari.
Vide un nero che si esercitava a mantenere l’equilibrio sopra una corda tirata fra due alberi, altri suoi soci lo deridevano, lui cadde (solo pochi centimetri di volo) e li inseguì ridendo: uno lo raggiunse e gli mollò un gran calcio sulle natiche. Sorrise. Notò una donna sulla quarantina, grassoccia, accaldata, che si riposizionava il vestito, incastrato nelle pieghe del fondoschiena sudato, impigliato nell’elastico delle mutandine. Immaginò ciò che l’abito succinto nascondeva.   
Ripercorrendo via Belludi tornò in via del Santo, stese la mano, molta indifferenza ma presto anche qualche spicciolo: la cena ci stava. La consumò in Prato della Valle, seduto sull’erba, all’ombra: il sole al tramonto era ancora forte, ingialliva le cose e la gente. Quindi si diresse verso la sua solita fontana, pensando: ‘Mi rifaccio tutta la strada e dormo in stazione o trovo un buco più vicino? Sarà una notte calda.’
Raggiunse il suo bagno pubblico. Dalla piccola borsa recuperò un pezzo di sapone, conservato dentro un panno: cominciò a lavarsi le mani, gli avambracci, il viso, i capelli. Mentre cercava di togliersi un po’ di sapone bruciante finito negli occhi, capì subito che quel turista, con La Coste rossa e Canon a tracolla, lo avrebbe fotografato. Aveva la faccia del turista che fotografa anche le merde dei cani. E invece no, passò oltre. E invece sì, eccolo a distanza, con lo zoom, immortalare la sua doccia.

Si voltò e gli regalò il suo culo spolpato.

Nessun commento:

Posta un commento