mercoledì 31 maggio 2017

Sul dialetto

                                                                                 ph carlozanzi

Dopo il mio post sulla morte del dialetto, il prof. Giuliano Mangano (foto), scrittore, poeta e anche ottimo fisarmonicista, mi ha inviato questo interessante contributo. Lo ringrazio.




Caro Carlo, è vero e realistico quello che affermi nel tuo blog. Anche per me si tratta, sotto un certo punto vista e di primo acchito, di una battaglia di retroguardia. Una battaglia destinata a perdersi. Le tue stesse riflessioni le avevo inviate a Barberi Squarotti (purtroppo recentemente scomparso) col quale fin dagli anni 80 ho intrattenuto una corrispondenza letteraria per me utilissima, ritenendolo un maestro validissimo. La sua risposta ha in parte contraddetto le mie riflessioni amare sul dialetto. Ha sostenuto innanzitutto la validità del vernacolo, in secondo luogo lo ha additato come momento poeticamente importante. Si sa che la poesia è ritmo, suono, colore. Ecco, nel dialetto, sosteneva il professore, colore, ritmo e suono sono gli elementi qualificanti che la lingua italiana spesso non possiede. Non è una difesa. Barberi Squarotti lamentava di non sapere usare il vernacolo. E' una costatazione. Poi, possiamo dire che il "nostro" dialetto per particolarità socio-economiche (immigrazione, vergogna, ignoranza ed altro) è solo sulla carta dei poeti o nelle tradizioni canore. Ma esiste una gran parte d'Italia dove il dialetto è vivo e "parlante". Penso a scrittori come Camilleri o Laura Pariani, dove a mio avviso il loro linguaggio è un siciliano o bustocco italianizzato. In quest'ottica si muovevano nel secolo scorso Gadda e Testori. La trilogia degli scarrozzanti è un esempio di impasto linguistico notevole, così come l'Adalgisa (che ogni tanto vado a rileggere per divertirmi). Per concludere, da una parte, istintivamente, ti do ampiamente ragione, dall'altra una visione particolare di letteratura mi riporta a qualificare il dialetto non come lingua morente, ma vivificante. Per questo, e finisco altrimenti ti annoio, il grande Manzoni lo è non solo per i Promessi sposi, risciacquati, si sa, nell'Arno, ma anche per quel Fermo e Lucia che era un pastiche linguistico tra italiano, milanese, francese e perfino latino. La mia preferenza va a quest'ultimo, naturalmente.

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