venerdì 14 giugno 2019

La lunga giornata di Azzalin

                                                                                                ph carlozanzi



Stasera, venerdì 14 giugno, alle ore 21, al Teatro Santuccio di via Sacco 10, a Varese, Dino Azzalin presenta il suo nuovo libro, un romanzo, il suo romanzo d’esordio.
L’ho letto. Ecco il mio parere.

Prima di iniziare la lettura del romanzo di Dino Azzalin, ‘Una lunga giornata’ (ES edizioni), il primo romanzo del poeta e scrittore varesino, si incontrano tre citazioni. Una è da William Blake e dice ‘La strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza’. E pare proprio di entrare in questo palazzo, al termine della lettura del giallo psicologico, o quanto meno il protagonista della storia, Philippe, pare ravvedersi e considerare come percorribile anche la strada che segue regole e ragione, e non primariamente quella dell’istinto, della passione. Ma qual è l’eccesso di Philippe? Forse tutta una vita eccessiva, perché l’uomo è un libertino capace di tenere solo un flebile legame di convivenza (ma ognuno nella propria casa) con Ruxana. La donna è madre della ventenne Doris, che non è figlia di Philippe. Ed è proprio la bella giovane, scomparsa senza lasciare traccia, a destare inquietudini e paure in Philippe che, essendo il maggior indiziato, si trova a vivere un giorno e una notte torchiato dall’ispettore Argento. Già, perché il cinquantenne di Stresa (si presume abbia questa età) si è lasciato condurre fra le braccia della ragazza, vivendo quella diabolica, stupefacente, intrigante, desiderabile e deprecabile attrazione verso una donna che potrebbe essere la propria figlia, dannazione che entra nei sogni meno nobili di molti cinquanta-sessantenni maschi. Azzalin avrà letto senz’altro Lolita di Vladimir Nabokov, qui non si tratta di minorenne, ma certo tornano alla mente quel romanzo e quelle suggestioni. Il giallo avrà il suo epilogo, forse è solo un brutto sogno di Philippe, forse è realtà, l’autore lascia il dubbio finale ma non è questo l’essenziale.
Dico subito che il romanzo, ambientato sul lago Maggiore, mi ha convinto per metà, pagine apprezzabile ed altre meno. Del resto l’autore varesino, classe 1953, da Pontelongo, belfortese acquisito, noto in città anche per essere editore e animatore culturale, è al suo primo romanzo: diamogli tempo. La prima parte, diciamo il primo capito, è troppo lungo (quasi 30 pagine) e ripetitivo, non invoglia a continuare e bisogna pazientare, resistere. Poi, diciamo dopo pagina settanta, arrivati al centro ‘erotico’ del romanzo, quello che teoricamente sarebbe stato il più insidioso, Azzalin aggiusta il tiro e la sua prosa poetica (nasce poeta e si capisce) prende slancio e vitalità. Da lì in avanti, anche perché incuriositi dalla trama e dal desiderio di sapere che fine avrà mai fatto la bella Doris, il romanzo scorre con più agilità. Molte le citazioni letterarie, costante la ricerca della fase ad effetto, del significato altro; alcune pagine, quelle meno riuscite, paiono scritte da due autori che non riescono a trovare una sintesi nella loro prosa: si procede ad alti e bassi. Interessante il dialogo fra il donnaiolo e l’ispettore, fra l’uomo che crede alla morale del piacere, del disimpegno, della vita da bere tutta d’un fiato senza farsi troppe domande (se non quando si è nei guai) e l’uomo della legge, rigoroso e idealista, che fa della morale del dovere il suo piacere. Si crea fra loro simpatia e complicità, perché in fondo sono le due anime che convivono in ciascuno di noi, in lotta continua, alla ricerca di un equilibrio sempre precario. 

   

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