Racconti
e poesie
I
miei racconti e le mie poesie nascono dalla vita e non dai libri. Così Marco è
entrato di prepotenza nella mia scrittura. Ho scritto alcuni racconti e alcune
poesie che parlano di lui. Un primo racconto è nato stando accanto a lui,
subito dopo l’operazione del giugno duemilatredici. Il secondo l’ho scritto
dopo uno degli ultimi spettacoli di Mock, luglio duemilaquindici. Il terzo
andando in bici e pensando al suo soffrire. Le poesie sono nate quasi tutte
dopo la sua morte.
Incontrò
i suoi occhi
Incontrò
i suoi occhi. La sua pena.
Intorno
a loro un ospedale moderno, pulito. Scivolavano su pavimenti lustri malati e
sani, gente con le stampelle, altri al cellulare (anche se un cartello
raccomandava di tenerli spenti), degenti in carrozzina e parenti inquieti,
pazienti che fumavano per intossicare il dolore e sani falsi, altri sinceri,
altri commossi. In quell’ospedale si intersecavano bugie, mezze verità, e
quando la verità tutta intera scoppiava, il boato liberava pianti e abbracci.
Incontrò
la sua trattenuta tristezza e gli disse:
“Fai
bene ad essere incazzato.”
Lui
accettò che gli sfiorasse la mano.
“Quello
è più vecchio di te” e indicò un passante che avrà avuto almeno ottant’anni.
“Hai pensato che sarebbe stato meglio fosse toccato a lui? E’ un pensiero sano,
pieno di giustizia. Ti dirò di più: fai benissimo a dubitare della buona fede
di chi vuole i particolari, indaga…è solo per sincerarsi che tu stia male
davvero? Probabile, non è escluso. E se lo pensi non commetti peccato.”
Lui
si passò la mano sul naso, sui capelli, si grattò la barbetta lunga di tre
giorni.
“Fai
bene a non parlare, a sbattermi in faccia il tuo dolore…no, non devi parlare
per forza, sorridere per forza, regalarmi parole che attenuino la mia
tristezza…no, non farlo, non salvarmi, lascia che il fulmine, caduto vicino,
bruci anche me. Non sopporti i sorrisi di circostanza? Le parole gratuite che
escono da bocche sane? Le promesse di vite eterne, di aiuti soprannaturali che
ti regalano con sintetiche prediche dal finale che già conosci? Vorresti
prenderli tutti a pedate nel culo? Ne hai pieno diritto…Chi soffre come te può
tutto, ha libero accesso ad ogni sospetto, ad ogni scatto di rabbia, ad ogni
vendetta…”
Lui
sorrise ma quel debole movimento gli causò una fitta. Disse: “Ai” e il resto
(‘cazzo, non ne posso già più’) lo tenne per sé.
L’altro
continuò: “L’invidia che provi è sacrosanta, non è un sentimento inopportuno.
Non vorrai farti ingannare dai sensi di colpa anche adesso. Per carità, mio
Dio, lascia stare. Ma che colpa e colpa. Che colpe hai tu, che giustifichino un
simile soffrire? No, ti prego, non cascarci…no, nessuna punizione per pensieri
vigliacchi, bassezze, cadute di stile, sotterfugi, tradimenti. Non crederai ad
un Dio così. Non credi più in Dio? Non mi sorprendo, forse un giorno tornerai
da Lui, ne abbiamo troppo bisogno ma ora scappa pure, sbattigli la porta in
faccia. Libera la tua rabbia come una tempesta, sfogati, piangi, non
trattenere.”
Lui
fece un lungo respiro. Una piccola lacrima trovò un varco, scivolò lenta lungo
la guancia e lui non la trattenne, non la tamponò col fazzoletto, lasciò che
completasse il suo tragitto.
Anche
l’altro si commosse.
“Ecco,
vedi, mi hai fatto piangere….sono contento….se si aggrappano al tuo dolore per
vivere meglio, se sfruttano il tuo male per acquistare slancio vitale, quando
anche tu vorresti farlo ma non riesci, se spingono sul fondo, che sei tu, per
risalire, fai bene, molto bene a rimanerci male….un ulteriore scempio, oltre a
quello, maledetto, del tuo corpo. Hanno rovistato in te, per salvarti, certo,
ma resta un oltraggio, una invasione nella tua proprietà. E dentro bruci e
vorresti urlare…che non è giusto, che non te lo meriti, che non ce la farai a
resistere, che sarebbe troppo per chiunque….urla, mio Dio, urla! Fatti sentire!
Devono capire, i sani, i cialtroni come me, che non possono svignarsela! Se
taci, se addirittura sorridi, noi ci illudiamo….Stai contando tutti i gradi
della commiserazione, lo so, dalla più sfacciata alla più pudìca…non hai perso
il senso di realtà, sai che al loro posto non sarebbe stato facile nemmeno per
te....vorresti giustificarli…però che almeno capiscano che per te, oggi, è
davvero impossibile….niente scuse, paragoni, aneddoti sui mali altrui…sulla
graticola ci sei tu, è tua la carne, solo tua e tu sei solo….gli altri? Se sono
bravi possono distrarti per qualche attimo, prendi fiato e poi si
ricomincia….Ecco, voglio distrarti un attimo, se ci riesco…hai sentito il
dialogo di quei due di fronte a noi? Scrolli il capo…a volte ho l’impressione
che nemmeno mi ascolti…dicevo di quei due…il sano ha detto testuali parole
-Guarda che io di operazioni ne ho fatte otto, tu sei solo alla terza, non mi
hai ancora raggiunto-…ma pensa se si può dire a chi ha il corpo segnato da
ferite che valgono venti, trenta interventi di routine, pensa se si può dire
che ha ancora da soffrire…l’avrà detto anche in senso ironico, ma ti pare il
caso? Perché il soffrire non ci regala almeno un minimo di saggezza?”
Silenzio,
imbarazzo e la ricerca di altri argomenti, come lo scalatore che cerca
l’appiglio per non morire contro le rocce. Il meteo? Decise di tenerlo per
ultimo, in caso di totale siccità. Si guardò intorno: “E li vedi quei tre?...”
“Ti
prego” disse lui con una debole voce, fatta di fatica. “Stringimi la mano.”
37-continua
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