lunedì 24 aprile 2017

Il racconto di Pier


Complimenti a mio cugino Pierluigi Tamborini detto Pier, giornalista in pensione, narratore in piena azione. Con questo racconto breve ha vinto il Premio 'De gustibus' a Treviso. 


IL SEGRETO
di Pierluigi Tamborini

Nella foto mio nonno è il secondo da sinistra. Ha lo sguardo fiero di chi ha appena compiuto un’impresa. Lui, e così pure gli altri dieci che lo accompagnano in questa immagine consegnata a giorni polverosi e che la memoria rifiuta. Una vera squadra, ma niente a che vedere con il calcio, sono undici operai con l’abito della festa e il giorno in cui fu scattata c’era anche chi non aveva i soldi per la giacca e aveva dovuto farsela prestare. Ma l’occasione era troppo importante per non essere lì quella mattina di primavera, il 25 aprile del 1933.
La foto mi accompagna da sempre, fa parte della vita della mia famiglia e mio nonno, Angelo Scarpa da Pellestrina l’ha sbandierata per anni con l’orgoglio di chi può dire “io c’ero”. 
 Adesso campeggia nel mio studio e ogni tanto la riguardo, anche se conosco tutti i particolari, i nomi degli altri, quasi tutti veneziani come il nonno e qualche foresto, due friulani e un polacco di nome Kasimir, che chissà quale strano vento aveva portato in laguna.
E poi c’è lui, Esteban, lo spagnolo, o meglio il catalano come amava definire se stesso, mentre affermava con forza che Barcellona non era Spagna ma qualcos’altro. Ma a me, che ero soltanto un bambino, non importava la sua provenienza. 
Esteban, per me era e sarebbe sempre rimasto l’”uomo del caffè”.
Undici operai in una foto che ha avuto il suo momento di gloria soltanto sul Gazzettino, ventiquattr’ore dopo che fu scattata. Poi il mondo è andato avanti e tutti se la sono dimenticata. Tutti o quasi. Nella mia vita è molto più importante di quell’altra, scattata soltanto sette mesi prima e che ancor oggi tutti conoscono. Mi riferisco a quegli undici operai immortalati durante la pausa pranzo a 260 metri d’altezza mentre stanno costruendo il Rockfeller Center di New York. Un’altra squadra, un’altra storia.
E ogni giorno, quando apro le finestre del mio studio, la vista mi cade, insieme a una quotidiana perplessità, sull’immagine ormai familiare del ponte di Calatrava, tra piazzale Roma e Santa Lucia. E allora non posso che riguardare la mia foto preferita che mi ricorda un ponte diverso, quello della Libertà, inaugurato il 25 aprile del ‘33 con un altro nome, il ponte che mio nonno, Angelo Scarpa da Pellestrina, classe di ferro 1911, ha contribuito a costruire.
La osservo, la scruto, rivedo le mie radici, uomini ormai cancellati da ogni calendario, ma che sembrano rivivere ogni volta che li guardi. Tutti con una grande emozione sul viso e una medaglia appesa alla giacca nientemeno che dal Principe di Piemonte. 
“Voi oggi siete premiati come la miglior squadra che ha costruito il ponte, siatene fieri, per la gloria di Venezia e di tutta l’Italia”. Più o meno aveva detto così Umberto II mentre li passava in rassegna insieme alla futura regina Maria Josè. 
Quel giorno di festa era presente anche il Duce, ma sua Eccellenza il cavalier Benito Mussolini si era limitato ad uno sguardo condiscendente, mentre stringeva mani ben più importanti di quelle di undici poveri operai. Ma al nonno, socialista vecchio stampo e antifascista dichiarato, la cosa andava più che bene. Anzi.
“Guarda Marco- mi diceva, e per me era la più bella delle fiabe- questo è il mio compagno di bacaro, Nane Vianello, quest’altro è il Toni Boscolo da Chioggia, detto “Carega” perché appena poteva si riposava, questo è lo Zanutti che veniva giù da Sequals, come il grande pugile Primo Carnera. E guarda Kasimir che si alza sulle punte dei piedi per sembrare più alto. Pensa che in previsione del giorno fatidico aveva disperatamente cercato il cappello più alto che potesse trovare per non sembrare il nano della compagnia”.
Parlava di tutti Angelo Scarpa da Pellestrina, di tutti ma non di Esteban. 
Lo scruto anche oggi quello spagnolo, pardon quel catalano, e non posso che ricordare con una dolce nostalgia il segreto che per tanti anni ha legato così strettamente il nonno con l’uomo cresciuto all’ombra della Sagrada familia. 
Eppure ad uno sguardo appena attento non sarebbe mai sfuggito che nella foto aveva qualcosa di diverso rispetto agli altri dieci. Era un uomo affascinante Esteban, quello che le donne definirebbero “il bel tenebroso”, andava fiero dei suoi baffoni e della sua capigliatura impomatata, una specie di Rodolfo Valentino di periferia.
Quella differenza non mi era sfuggita nemmeno da bambino, i piccoli si sa hanno un mondo loro e domandano sempre il perché di tutte le cose. 
E allora chiesi al nonno: “Perché tutti guardano avanti sorridendo e invece Esteban sembra così triste e sta guardando te?”
“Non ti sfugge proprio niente eh? –aveva risposto- Tuttavia la spiegazione è semplice: Esteban mi sta guardando perché si è distratto proprio nel momento in cui il fotografo scattava. A quei tempi una lastra era costosa e rifare la foto voleva dire perdere soldi. Ecco come è andata. Soddisfatto, curiosone?”
Non mi era rimasto altro che abbozzare, ma sentivo che mi era stata raccontata una mezza verità, soltanto per farmi stare buono. Il motivo era ben diverso e passarono parecchi anni prima che Angelo Scarpa da Pellestrina mi parlasse ancora del segreto dell’”uomo del caffe”.
All’inizio degli anni Trenta Venezia era unita alla terraferma da un ponte ferroviario, costruito quasi un secolo prima, ma il Regime, che aveva un feeling particolare con le opere pubbliche di grande evidenza, aveva deciso che un ponte per le auto sarebbe stato indispensabile e lanciò la sfida.
La raccolse un ingegnere di origine bresciana, Eugenio Miozzi che si era distinto per importanti opere stradali in Libia. Offriva affidabilità e un curriculum tale che era difficile, se non impossibile, lasciarselo scappare. Era l’uomo giusto e in soli ventuno mesi i lavori, cominciati nel luglio del 1931, furono terminati. 
Per quei tempi un’opera faraonica, quattro chilometri di lunghezza, il ponte più lungo del mondo.
Era costruito sui terreni paludosi delle barene, usando migliaia di palafitte, quarantamila metri cubi di calcestruzzo, ventimila metri cubi di mattoni, oltre quarantamila tonnellate di pietre da taglio, senza contare le infrastrutture metalliche. Un inno all’ingegno umano.
Ma, dietro ai freddi numeri, stava soprattutto la fatica immane degli operai. “I turni –raccontava Angelo- erano massacranti e per guadagnare tempo anche noi veneziani eravamo ospitati in alcune baracche alla sacca di san Girolamo, quella che tutti oggi conoscono come la Baia del re. 
Un nome che sentivamo spesso urlato da Giacomino, il piccolo ebreo del Ghetto, strillone in piazza San Marco. Aveva una giacca tutta rattoppata e un berretto in testa dentro il quale si perdeva, ma era sano e forte e riusciva a portare un pacco enorme di giornali. Si metteva lì, nella piazzetta dei Leoncini, all’ombra della basilica e noi lo sentivamo fin dalle Procuratie. Ci andavamo la domenica a passeggiare e a vedere i signori prendere il caffè, quello vero, al Quadri e al Florian. Giacomino raccontava alla gente che sul Gazzettino stava scritta la storia di Umberto Nobile e del suo dirigibile Italia, del freddo polare della Baia del re alle isole Svalbard. Lo stesso freddo che c’era nelle nostre baracche. Ci venne così naturale soprannominare quel punto di Venezia allo stesso modo.”
Lavorava bene la squadra di Angelo perché era una specie di orchestra della fatica, dove nessuno batteva la fiacca, nemmeno il Carega, nemmeno il piccolo Kasimir che a dispetto dell’altezza, aveva una forza sovrumana. Nemmeno Esteban che sollevava pesi con una facilità disarmante.
Poi, durante la pausa pranzo, dalla vicina osteria di Alvise, arrivavano alcune ragazze portando del cibo. Tra di loro c’era anche Nina, la figlia del padrone del locale.
“Era bella la Nina –mi disse un giorno il nonno, quando ormai ero un giovane che si affacciava alla vita-. Era bella come un sogno, nei suoi grandi occhi colore del caffè io leggevo un’onda di promesse lunga come il Canal Grande e il futuro che ogni innamorato sogna, ma poi… su non farmi dire altro che se ci sente quella santa donna di tua nonna Adele sono dolori”.
“Dopo il pranzo –quel vecchio brontolone chiudeva gli occhi e continuava il suo racconto- veniva il momento del caffè, roba per i signori, anche se gli anni dell’autarchia non erano ancora arrivati. Lo portava Esteban in uno strano recipiente che da solo meriterebbe una storia. Chiamarlo caffè era un pio desiderio, era più che altro d’orzo, o fatto con la cicoria, ma quel maledetto spagnolo aveva un trucco per renderlo buono, anzi degno di una tavola principesca. Più volte gli avevamo chiesto che diavolo ci avesse messo dentro per renderlo così, ma lui si limitava a sorridere e a dire “un segreto è un segreto”. Allora mi ingegnavo per capire quali fossero gli ingredienti. Un giorno lo affrontai e dissi: “Ho capito tutto, ci metti la noce moscata e il cardamomo”. Esteban si mise a ridere: “ E bravo Angelo, hai quasi indovinato, soltanto che manca il terzo elemento, senza il quale la magia non si compie. Hai capito Angelo? Magia. Perdonami, ma dovrai restare con la tua curiosità”
Che strana faccenda, Esteban e il suo recipiente magico che serviva a far arrivare il caffè, preparato ore prima, ancora caldo alla mensa degli operai. Era quasi un rito e nei suoi gesti vi leggevo qualcosa di sacro. Un giorno confidò a tutta la compagnia la storia di quello strano contenitore.
“Sapete chi me lo ha regalato?” E di fronte ad un generale silenzio, aggiunse: “Lui in persona”.
“I..i..il du..duce” balbettò Nane Vianello.
“Ma che stai dicendo, tonto lo apostrofò Esteban. “Questa meraviglia me l’ha regalata nientemeno che Antoni Gaudì”.
“E chi è?” ragliarono tutti in coro.
“Cabras, madre de Dios- sbottò Esteban battendosi il petto- branco de cabras. 
Gaudì è stato un genio assoluto dell’architettura, mi spiace per Miozzi ma se ci fosse stato lui questo ponte sarebbe tutta un’altra cosa. Avete mai sentito parlare della Sagrada familia?”
Venne fuori che nessuno di noi sapeva che cos’era, ma che si poteva pretendere da una compagnia di quasi analfabeti? Esteban lo sapeva molto bene invece perché qualche anno prima aveva lavorato a quella fabbrica infinita e Gaudì lo aveva notato, per la sua precisione ed il suo attaccamento al lavoro, prendendolo a benvolere fin quando il famoso architetto attraversò la strada davanti al tram sbagliato. 
Ma questa è un’altra storia.
E a proposito di storie, a me per anni restò la curiosità di sapere che fine avesse fatto la Nina. Quel discorso appena accennato Angelo lo riprese soltanto qualche anno più tardi dopo che nonna Adele si era spenta a causa di una grave malattia. Si erano voluti un gran bene per una vita. Da che mi ricordi li avevo sempre visti innamorati. Lui durante la guerra era finito nella campagna di Russia dalla quale era tornato più morto che vivo, ma Adele lo aveva aspettato, sicura di lui e del loro amore. 
E anche la Nina nei suoi racconti era diventata un fantasma leggero, del quale parlava anche volentieri ma sempre rigorosamente lontano dalle orecchie della moglie, la quale sosteneva di non essere gelosa di una storia morta e sepolta, ma si sa come sono le femmine, meglio evitare, per il bene di tutti. 
“Nina rappresentava la bellezza, rappresentava il sogno, o forse più semplicemente era lo specchio della mia gioventù. Non c’erano state promesse esplicite ma tutti sapevano che tra me e la Nina c’era un legame particolare e nessuno avrebbe dovuto intromettersi. Oggi penso a come ero a vent’anni e mi viene da sorridere per la mia ingenuità. In fondo ringrazio Dio per come si è svolta la mia vita, sono contento, altrimenti non avrei mai conosciuto Adele e nemmeno tu saresti qui oggi ad ascoltarmi”- mi disse con malcelata emozione.
“Ricordi quando da bambino insistevi su quella foto? Era quasi una litania, Esteban guarda te, Esteban guarda te…Non la finivi mai, però devo dire che come investigatore non eri niente male. Quell’accidente di spagnolo stava guardando proprio me e lo faceva perché mi stava per combinare un tiro mancino, anche se non avrebbe voluto farmi soffrire, ma questo all’epoca non avrei mai potuto capirlo. 
Il giorno dopo Alvise, l’oste, trovò una lettera della figlia che gli chiedeva perdono e un’altra lettera destinata a me. “Caro Angelo –diceva- chiedo perdono anche a te e due volte. Mi sono accorta di essere innamorata di Esteban e non ho trovato il coraggio di dirtelo in faccia. Me ne vado insieme a lui, ha trovato lavoro a Barcellona. Ho provato a ragionare e a non ascoltare il mio cuore, ma sento dentro qualcosa più forte di me a cui non posso resistere. So che adesso proverai odio e risentimento nei miei confronti ma spero che un giorno tu possa perdonarmi”.
Capisci Marco? In un sol colpo avevo perso l’amore e l’amicizia”.
Passarono gli anni, arrivò Adele e la Nina divenne una figura sempre più sbiadita, qualcosa più leggero di un ricordo.
Fu all’inizio del ’44, mentre il nonno tentava disperatamente di resistere al freddo della Russia, che arrivò una lettera da Barcellona, indirizzata ad Angelo Scarpa. Adele resistette un giorno, un altro ancora poi, vinti i sensi di colpa, la lesse tutta d’un fiato. Più tardi, mentre a Venezia un sottile nevischio tentava di confondere i contorni di case e palazzi prima di morire nella laguna, la ripose in un libro nella piccola biblioteca di casa, promettendo solennemente a se stessa che l’avrebbe consegnata ad Angelo una volta tornato dalla guerra. Ma quando il marito, un paio d’anni dopo si presentò alla porta di casa in uno stato da far pietà, Adele, sopraffatta da una serie di sentimenti più grandi di lei, si dimenticò, o volle dimenticarsi di quella lettera che rimase per un sacco di tempo la testimonianza inascoltata di un passato sempre più distante.
“Ma la ritrovai, sai Marco, la ritrovai nel momento più difficile della mia vita. La nonna ci aveva appena lasciato ed io non sapevo darmi pace. Riposava da almeno trent’anni in un libro di poesie che nemmeno avevo letto ma che Adele amava in modo particolare. Un giorno mi ero messo a sfogliarlo come se le parole di quel poeta potessero aiutarmi a farla tornare indietro e invece indietro tornarono emozioni lontane, insieme agli occhi color caffè della Nina. Lei, che era sempre in contatto col padre, aveva saputo del mio matrimonio e aveva trovato il coraggio di raccontarmi di sé, di Esteban e della loro nuova vita. 
A Barcellona erano stati anni duri all’inizio, ma poi , un poco alla volta le cose si erano sistemate. Esteban aveva lasciato il suo lavoro di muratore, e assieme alla Nina, aveva aperto un locale che, grazie al magico segreto del caffè, aveva ottenuto un successo al di là di ogni aspettativa. Loro insistevano perché andassimo a trovarli, ma ero rimasto solo e non me la sentivo di confrontarmi con l’altrui felicità e poi erano passati trent’anni da quando quella lettera era stata spedita e chissà quanto altro era successo.
Restava il segreto del caffè che, forse come un’inconscia forma di risarcimento, quei due rivelavano alla fine dello scritto. 
Quando lessi del terzo elemento mi venne da sorridere perché in fondo avevo già da tempo capito di che si trattava”.
Pensate che il nonno me lo abbia rivelato? Certo che no, nonostante le mie reiterate insistenze fu irremovibile. 
“E non è per cattiveria –mi disse- soltanto che è giusto che anche tu ci arrivi da solo. E’ un segreto semplice, ti sta davanti agli occhi, ma, come spesso accade, guardiamo troppo lontano, mentre dovremmo accendere una luce dentro di noi”.
E’ stata una lunga storia e adesso il buio sta per accogliere Venezia tra le sue braccia. Allora mi alzo, un ultimo sguardo perplesso al ponte di Calatrava che una sottile nebbia sta inutilmente cercando di celare alla vista, chiudo le imposte e guardo ancora una volta la foto di undici uomini speciali, prima di prendere la strada di casa.
E’ una sera tranquilla, quasi nessuno per strada, un’ovattata atmosfera di tregua dopo l’assalto quotidiano alla città. Venezia sa ancora difendersi.
Decido per una piccola deviazione dal Ghetto verso la Baia del re immaginando ancora le baracche che ospitavano gli uomini del ponte. E il ponte è là, con le luci sempre più fioche che si riflettono dentro un’acqua metallica e senza memoria. 
In questo punto la laguna guarda verso San Giuliano e la terraferma, ma la nebbia si è messa in testa di cancellare tutto, tranne una panchina dove un ragazzo ed una ragazza si stanno abbracciando e si guardano come se il mondo finisse lì e non ci fosse la promessa di un domani. Ed è stato in quel preciso istante, lì, alla Baia del re, che la nebbia che avevo dentro si è sollevata ed ho davvero capito tutto.


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