sabato 23 aprile 2016

Il mio sport - 43







Il rientro alla Wakernell fu poco accogliente. I nonni ci consideravano imboscati, nipoti appena arrivati al Tirano e subito partiti per il corso sci, considerato (giustamente) una pacchia. Io ero arrivato ad ottobre, il mio amico Andrea Polmonari addirittura a novembre, e subito via. Polmonari: un personaggio. Ingegnere minerario, lavorerà per molti anni in Sud Africa, poi cambierà vita e oggi gestisce un noto ristorante ad Albiolo. I nonni si vendicarono: culo e camicia con i furieri, ci regalarono guardie su guardie, incarichi poco graditi e qualche risveglio notturno: non con gavettoni gelati, a parte Polmonari, ribelle, coraggioso e desideroso di non sottomettersi al nonnismo. E così fece, al prezzo di qualche gavettone assai fastidioso: acqua gelata in piena notte, coperte e vestiti da strizzare, camerata ghiacciata. Scusate la parentesi, ma l’amico Andrea se la meritava. Niente licenza per Natale (un triste Natale a Malles, con Messa in tedesco), e su tutto la prospettiva del campo invernale, descritto come una marcia forzata, con muli al seguito e tanto freddo da patire. Dopo essermi meritato il voto di 12/20 nel Corso per mortaisti (non ero un gran studioso), dopo esercitazioni per il campo ma anche qualche sciata domenicale sul lago ghiacciato di San Valentino, il 12 febbraio1979 partimmo per il campo invernale. Ne parlo qui perché in fondo fu anche un’impresa sportiva. Facevo parte della squadra soccorso, che chiudeva la lunga fila di uomini, muli e automezzi. Portavo sulla schiena una pesante barella di legno, e davanti lo zainetto. In genere si partiva alle 5 del mattino, svegliati con commenti caustici e volgari dal capitano Angelogiulio Di Pietro (nella foto in cima al Watles è il secondo da sinistra, sembra un soldato giapponese) ma ci volevano un paio d’ore prima che la cucina da campo servisse le colazioni e ci si mettesse in marcia. Malles, Burgusio, Slingia, salita al Monte Watles, San Valentino, Belpiano, passo di Resia, Piavenna, Sluderno, Tanas, Lasa, Oris, Prato allo Stelvio, Stelvio paese, spalata di dieci chilometri nella neve per poter permettere ai muli di superare la Forcella di Montechiaro, infine la discesa verso Malles. Dodici giorni dormendo nei fienili e nelle case abbandonate, lavandoci nei bar che incontravamo lungo la strada, ore e ore di attesa per il rancio, freddo costante e insopportabile, chilometri e chilometri, piedi a pezzi, tanta neve. Certo, un nulla rispetto ai patimenti di chi è andato in guerra, ovvio, un’inezia, ma sufficiente per capire qualcosa di quel dramma. Ricordo ancora come acqua benedetta quella prima doccia in caserma, dopo dodici giorni di astinenza.    

43-continua

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