giovedì 28 aprile 2016

Il mio sport - 53



Come detto, il mio obiettivo di quell’estate 1996 era il Mortirolo da Mazzo, in Valtellina, il versante più duro, una salita che sapevo davvero tosta anche senza gli scenari grandiosi di uno Stelvio o di un Gavia. Andava fatto. Mi restava solo il 12 luglio, perché il 13 saremmo partiti per tornare a Varese. Alle prime luci dell’alba il meteo non appare fra i migliori, ma lo stesso decido di partire. Alle 5.18 sono già in bici, alle 6.45 sono in cima al Passo dell’Aprica. La pedalata è buona, mi sento in forma. Giù in discesa verso la Valtellina, poi il piano per arrivare a Mazzo Valtellina.  Ci sono alle 7.50. Nel frattempo il meteo si è sistemato e fa caldo. Mi attendono 1300 metri di dislivello, sino ai 1896 metri del Mortirolo. Prima parte nel bosco, poi all’aperto (vedi foto). Attacco prudente ma capisco subito che la gamba non gira. Qualcosa non va. Ho tirato troppo sull’Aprica o in pianura? In effetti non ho nelle gambe molti chilometri d’allenamento. Fatto sta che a metà salita sono cotto, la più clamorosa crisi della mia lunga carriera ciclistica. Sono costretto a mettere il piede a terra. Cammino per un po’, risalgo, qualche centinaio di metri, la pendenza mi appare inaccessibile, le gambe proprio non ci sono. A malincuore devo camminare per buona parte del resto della salita. Arrivo al passo alle 9.40, quasi due ore di salita! Alle 11 sono a Ponte di Legno. Naturalmente non ho il coraggio di scattare foto al passo: non le merito. Ma non è finita: devo raggiungere la famiglia, in passeggiata alla Malga Forgnuncolo, quindi salgo in mountain-bike sino alle case di Viso, un’altra ora di salita: nel frattempo però mi sono rifocillato. Poi a piedi. Alle 13.30 sono alla malga, molto affaticato. Da allora non sono più salito al Mortirolo, e sono passati vent’anni. Non è detto che questo possa diventare un mio obiettivo per il futuro.


 53-continua

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