domenica 21 febbraio 2016

La mia scrittura - 33

                                                                                                ph giorgio lotti



Il mio amico giornalista Pierfausto Vedani, che pure mi aveva invogliato a scrivere il libro su Maroni (gli avevo chiesto un parere) lo definì anni dopo un mio peccato di gioventù. A tanti anni di distanza non sono affatto pentito di aver scritto quel libro, ma sono dispiaciuto perché avrebbe potuto ottenere un maggior riscontro di vendite, un maggior successo editoriale se il neoministro avesse fatto un minimo per promuoverlo. Del resto bisogna capire anche la situazione: Maroni, primo ministro degli Interni del dopoguerra non Dc, si trovò con un mare di lavoro. Anche per lui era tutto nuovo, era un impegno gravoso e rischioso. Non poteva certo avere il tempo di promuovere un libro su di lui. Inoltre non è tipo che ama farsi pubblicità, e poi vi è da dire che già si stava creando un certo attrito fra lui e Umberto Bossi, che cominciava  a vederlo come un rivale, capace di rubargli la scena. E il Bossi del 1994 era una ‘belva’, andava a mille e la sua Lega era determinante per gli equilibri politici. Nemmeno la Lega di Varese fece nulla per promuovere quel libro. Anche perché non tutti i leghisti varesini stavano con Maroni, giudicato da qualcuno un figlio di papà, il laureato che, ottenendo una eccessiva fiducia da parte del capo, stava bruciando le tappe e raccogliendo più di quanto avesse seminato. In particolare era inviso a Beppe Leoni, militante della prima ora, braccio destro di Bossi, molto amato dai duri e puri varesini. Tutto ciò fece sì che il libro passasse quasi inosservato. In verità uscì un bel pezzo su Sette del Corriere della Sera (venne ad intervistarmi Antonio D’Orrico), apparvero altre recensioni ma nemmeno una presentazione, una apparizione in qualche studio televisivo. Bastava che Maroni (che pure andava regolarmente a Porta a Porta, al Maurizio Costanzo Show…) portasse con sé una copia del libro, ma non lo fece mai. Né io insistetti. Ma avevo visto giusto. Maroni era (ed è ancora oggi) un personaggio politico di primo piano, il varesino che più di tutti è stato ministro (due volte degli Interni e uno del Lavoro) e ora governatore della Lombardia. Qualcuno lo definisce l’Andreotti leghista, sempre a galla nonostante le bufere che hanno (anche al presente) strapazzato il suo partito. A me (da non leghista) interessava descrivere un personaggio e un clima politico in evoluzione, l’Italia del dopo tangentopoli, un partito nato dalle idee di un istrionico personaggio del mio territorio, che era diventato determinante, ago della bilancia della politica nazionale. E credo di esserci riuscito. Sempre l’amico Vedani mi fece capire che se avessi avuto intenzione di cambiare mestiere, di fare il giornalista di professione, quello sarebbe stato il momento. Non  nascondo che se mi fossi proposto, che se avessi manifestato simpatie leghiste, conoscendo gli uomini giusti avrei magari trovato spazio alla Padania, e poi chissà….ma amavo troppo il mio lavoro di prof, la mia famiglia, le mie figlie. Una scelta di quel tipo significava un rischio a tempo pieno, una diversa concezione della vita e del lavoro. E poi –diciamolo- grosse simpatie per la Lega non ne avevo. Così non se ne fece nulla, e quel libro resta a testimoniare una fase comunque entusiasmante della mia vita.  

33-continua    


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